venerdì 2 dicembre 2016

Trump, trumpster e altro (Con una postilla politica sul populismo) di Raffaele Sciortino

trump driver«Il Comitato centrale ha deciso:
poiché il popolo non è d’accordo,
bisogna nominare un nuovo popolo»
(B. Brecht)

Ora che parte del polverone sollevato dalla vittoria di Trump si sta posando, abbozziamo un’analisi un po’ più fredda del voto e un primo bilancio politico di reazioni e prospettive.
All’immediato, lo sbalordito establishment statunitense, non potendosi cercare un altro “popolo”, sta correndo ai ripari lavorando a “normalizzare” la new entry presidenziale - grazie al personale repubblicano rispettabile che entrerà nello staff e/o affidandosi al tentacolare stato profondo - mentre la cupola finanziaria-militare coadiuvata dall’impero dei media liberal che dirige il partito democratico sta sicuramente pensando a come poter interrompere la corsa imprevista del presidente dei miserabili. Sta di fatto che la presidenza Trump non solo potrebbe innescare processi irreversibili ma, soprattutto, ha scoperchiato un profondo scontro dentro l’establishment statunitense sulle strategie interne e esterne più adatte a preservare l’impero del dollaro a fronte di una crisi sistemica da cui non si riesce a uscire. È alla luce di questo scontro che si tratta di discutere se l’opzione posta sul tavolo da Trump con buon fiuto politico, quella di una rinnovata unità nazional-popolare per rifare grande l’America, non possa paradossalmente rivelarsi un buon investimento per la cupola imperiale yankee negli svolti più duri a venire della crisi globale. Comunque sia, il passaggio politico prefigurato dalla vittoria di Trump comporta un profondo rimescolamento di carte nei rapporti di classe interni e a scala geopolitica e geoeconomica di cui si tratta di tracciare le possibili dinamiche contraddittorie. Vediamo.
Sul versante interno, Trump è il paradossale erede di Obama. Almeno per tre ordini di motivi. Primo, perché la sua vittoria è il risultato del fallimento completo del primo presidente nero della storia statunitense sul piano economico-sociale, un fallimento riassumibile nella inesorabile sequenza: no ripresa economica, no recupero di posti di lavoro decenti, no riforma sanitaria come diritto universale (bensì come costrizione all’acquisto di una assicurazione privata), raddoppio del debito pubblico pro salvataggio del mondo finanziario, inasprimento delle questioni razziali. Chi, anche e soprattutto a sinistra, ha cianciato in questi anni di recovery modello Obama (e Draghi!) contro l’austerity di marca tedesca meriterebbe il benservito (http://www.infoaut.org/index.php/blog/global-crisis/item/12203-tutti-per-la-crescita-intanto-negli-states). In secondo luogo, Trump ha ripreso la bandiera del change, va da sè, in un contesto non di speranza bensì di disperazione e/o rancore da parte dei leftbehind, quelli lasciati indietro dalla globalizzazione finanziaria e dalla digitalizzazione dell’economia, e di ampi settori di middle class a rischio declassamento, reale o percepito. Terzo, Obama ha fallito nel rivitalizzare per un rilancio dell’impero il fronte progressista, dunque ora tocca far leva, attenzione: per il medesimo obiettivo, sulla difesa “nazional-sociale” del popolo americano (http://www.infoaut.org/index.php/blog/prima-pagina/item/16523-iniziata-la-fase-b?).
È alla luce di ciò, e non astrattamente, che va fatta un’analisi “di classe” del voto uscito da quella che è stata forse la più dura e polarizzata campagna presidenziale dal ’68 (http://www.infoaut.org/index.php/blog/segnalazioni/item/17716-trump-president). Se è vero che il voto per Trump in termini assoluti non è affatto stato una valanga -anzi inferiore a scala federale a quello per H. Clinton- è altrettanto indiscutibile che ha delimitato e segnato il campo dello scontro quanto a temi e umori. Così pure, se la composizione sociale dei trumpster è trasversale, dal tradizionale elettorato repubblicano bianco/a di destra a settori importanti di working class, è evidente che sono stati questi ultimi, volgendo le spalle al partito democratico in stati decisivi, a fare la differenza unitamente alla forte astensione-disaffezione dell’elettorato femminile, giovanile e black attivato da Obama nel 2008. Il tono di fondo di questa elezione l’ha così dato una richiesta, contraddittoria quanto si vuole, di discontinuità. In particolare, non si sottolineerà mai abbastanza il fatto che proprio dall’Amerika -paese incantato di illimitate possibilità in cui macchinismo e assurdo vanno a braccetto, secondo l’allegoria straordinaria che ne fece Kafka- stia salendo dal profondo della società una richiesta di limiti da porre alla globalizzazione e all’interventismo militare imperiale. Anche se si resta, per ora, sul terreno poco impegnativo della mobilitazione elettorale.
Insomma, i voti non si contano, si pesano. Trump ha dato voce a dinamiche in atto tanto più rilevanti in quanto siamo al centro del capitalismo mondiale. L’ha saputo fare, e qui sta una chiave del suo successo, collocandosi in buona misura al di là del tradizionale schema destra/sinistra agitando al suo posto temi che rimandano alla frattura vincenti/perdenti della globalizzazione e élite/gente comune, temi peraltro affiorati anche nella campagna per la nomination democratica di Sanders ma giocati qui ancora troppo in chiave di sinistra liberal. Inutile chiedere di cogliere tutto ciò a chi si è adagiato compiaciuto sulle narrazioni dei media mainstream e ora non sa far altro che strillare al “razzista” o, udite, al “fascista” mentre avrebbe fatto meglio a rivedersi… Taxi Driver. La vittoria di Trump è un segnale di contraddizioni di classe e geopolitiche che approssimano, assai più di quel che si dava con Obama, i nodi di fondo del capitalismo statunitense e globale. Dire che essa è il prodotto colpevole dell’omologazione della “sinistra” è troppo e troppo poco al tempo stesso: troppo perché la “sinistra” occidentale è oramai strutturalmente legata al capitale imperialista (a meno di pensare ingenuamente in termini di “tradimento”) e di qui non si torna indietro; troppo poco perché per qualunque analisi seria questo è solo il punto di partenza e non d’arrivo della questione (a meno di accontentarsi del concetto di populismo come passepartout e non come qualcosa che va analizzato con cura come abbozziamo nella postilla qui sotto).
Ma il trumpismo non è solo questo (e già basterebbe). Né, quasi a ribadire ingenuamente il mito del sogno americano, si tratta dell’ennesimo outsider che ce l’ha fatta. Dietro il neo-presidente c’è uno scontro reale e importantissimo interno all’establishment statunitense. Se è un outsider, in alto le sue posizioni non sono comunque del tutto isolate e prive di sponde sia sul versante delle scelte strategico-militari sia su quello delle ricette economiche di uscita dalla crisi. Sul primo, al di là delle semplificazioni qui inevitabili, a scontrarsi sono al momento due schieramenti ben demarcati. Da un lato c’è l’alleanza tra neocons e interventisti democratici, radicata al Pentagono oltrechè al Dipartimento di Stato, che ben rappresentata da Killary Clinton ha ricevuto un inaspettato quanto sonoro schiaffone: essa puntava a proseguire e se possibile accelerare la traiettoria di scontro duro, a un tempo, con Russia e Cina a colpi di regime change, procurato caos geopolitico e nuovo contenimento in Asia Orientale. È però evidente che i tempi non sono maturi per passare a un’aggressione aperta, come peraltro ha fatto notare Brzezinski (http://www.the-american-interest.com/2016/04/17/toward-a-global-realignment/), non proprio una “colomba”. Le sconfitte statunitensi in Georgia, Ucraina e Siria, la difficoltà a rinvenire alleati disponibili a un corso più duro anti-russo e anti-cinese, la tenuta interna e internazionale di Pechino nonostante i segnali di crisi finanziaria (http://www.infoaut.org/index.php/blog/global-crisis/item/15406-crash-tutto-cinese), l’indubbia capacità strategica e tattica di Putin - tutto ciò consiglia un rinvio dello scontro che lo prepari sia all’interno che all’esterno, in particolare lavorando a separare Mosca da Pechino. È questa, grosso modo, la posizione dell’altro schieramento, di Trump e di quei pezzi di establishment che l’hanno aiutato a vincere (come si è visto dall’intervento anti-Clinton della Fbi). Certo, il rischio è qui che dando tempo agli avversari si acuiscano le difficoltà internazionali degli Usa con ricadute gravissime in termini di crisi interna, mentre non ci sono garanzie che si ricostituisca un compatto fronte occidentale (come le continue frizioni con la Germania in questi anni di presidenza Obama hanno evidenziato). La posta in palio è dunque drammatica e potrebbe portare a uno scontro aperto all’interno dell’élite.
All’incrocio con questi nodi si pone l’altro versante del problema: quale strategia di uscita economica non diciamo dalla crisi ma dal rischio declino della potenza Usa? Se all’immediato Trump non può permettersi una brusca interruzione della politica monetaria fin qui impostata dalla Federal Reserve, è però vero che anni di tassi di interesse bassissimi e ripetuti Quantitative Easing non hanno rilanciato gli investimenti e dunque occupazione “buona”, al contrario le diseguaglianze economiche e la polarizzazione sociale si sono accresciute mentre si è ingigantita una nuova bolla speculativa. Difficilissimo per Trump barcamenarsi in questo quadro (tanto più che la Fed afferisce al momento al campo a lui avverso e sembra invece intenzionata, guarda caso, ad alzare a breve i tassi di interesse). Un corso a là Reagan di dollaro forte e maggiore indebitamento, anche se per investimenti infrastrutturali piuttosto che per il riarmo, cozza, almeno, con la crescente indisponibilità di attori decisivi come la Cina, e non solo, di continuare a finanziare Washington con l’acquisto dei suoi Bond e potrebbe addirittura incentivare le tendenze oggi embrionali alla de-dollarizzazione degli scambi internazionali. Al tempo stesso, la spinta alla rilocalizzazione di parte dell’industria manifatturiera, in sé non facile e comunque dalle più che incerte ricadute occupazionali dati i livelli attuali di automazione, scatenerebbe gioco forza uno scontro economico tra blocchi regionali in competizione, oltre a minare il prestigio “imperiale” degli Stati Uniti, quel soft power fin qui rivelatosi indispensabile nel mantenere alleanze e nel fissare gli standard della globalizzazione. Una cosa sembra certa: anche per ragioni interne - Trump dovrà in qualche modo venire incontro alle richieste che provengono dalla pancia della società americana - un tale inasprimento delle tensioni economiche internazionali (altro che isolazionismo!) difficilmente potrà essere evitato.
È questo il punto cruciale. La domanda è: un corso di crescente nazionalismo economico, volto a scaricare all’esterno i costi della crisi globale in misura ancor più secca di quanto avvenuto con Obama - in particolare sui paesi Brics, Cina in testa, e su un’Europa sempre più divisa e confusa - sarà in grado di consolidare ampliare e unificare il fronte sociale interno prima delle sue possibili ricadute negative sull’economia e dunque sulle condizioni della working e della middle class in un paese già fortemente polarizzato? E prima che, per converso, si formi un fronte esterno anti-Usa? È su questo nodo, attraversato dalla variabile crisi, che si gioca la possibilità per l’èlite di canalizzare e trasformare lo scontento “populista” in mobilitazione “nazional-sociale” facendo di Trump una carta in mano ai poteri forti dell’imperialismo a stelle e strisce piuttosto che l’innesco di una crisi interna dai contorni imprevedibili. Certo, a costo di porre fine alla globalizzazione così come l’abbiamo conosciuta ad oggi e di ristrutturare gli equilibri nel gotha economico mondiale, che è quanto inquieta ad oggi la cupola finanziaria e mediatica. Resta che davanti a noi abbiamo più instabilità, a tutti i livelli: la crisi globale sta voltando pagina e mostra oramai il suo lato propriamente politico, piaccia o non piaccia.
__________________________

Postilla politica sul populismo: contro una falsa alternativa
“Il noto proprio perché è noto non è conosciuto” (G.W.F. Hegel)
La vittoria di Trump - dopo la Brexit, con la crisi evidente dell’unità europea e il diffondersi in Occidente di mobilitazioni e umori anti-élite - ha suscitato due reazioni opposte e speculari nella sinistra nostrana su come leggere e rapportarsi al populismo1 tanto più che di questo sta emergendo il “lato cattivo”. Ne abbozziamo in queste tesine provvisorie una caratterizzazione ideal-tipica (nb) per poi tentare di procedere oltre la loro antitetica complementarietà. Va da sé che da entrambi i lati vengono colti aspetti reali, ma appunto solo aspetti che nella loro unilateralità nota perdono il tutto in divenire che resta non conosciuto.
° Gli uni, gli anti-populisti, liquidano la cosa come fenomeno di destra, riducibile a razzismo e nazionalismo e più o meno contiguo al fascismo, e danno sostanzialmente per persa quella parte di working class, sbrigativamente catalogata come “vecchia” composizione di classe, che va o andrà a collocarsi su quel terreno. A fronte di ciò propongono senza sostanziali ripensamenti more of the same quanto ad antidoti contro le passioni tristi emergenti: lotta per i diritti (sociali in quanto) umani, anti-razzismo moralista, globalismo “dal basso”, con l’individualismo liberal sempre nel cuore aggiornato all’altezza di un’economia della conoscenza che permetterebbe l’autodeterminazione delle intelligenze creative se solo si democratizzassero le piattaforme digitali esistenti. Di qui micro-politica e proliferazione delle identità nella lotta per il riconoscimento (da parte di chi?). Ma poiché la dimensione macro non sparisce d’incanto, prevale un sostanziale europeismo a prescindere che, chissà, con il paese della Libertà oscurato dal nuovo fascismo potrebbe financo recuperare “criticamente” -se non fosse per un inveterato anti-tedeschismo duro a morire- l’invisa Merkel tenuta a battesimo dal nobel-per-la pace Obama come novella anti-Trump (tanto più che ha già dato prova di sé come eroina del profughismo). Comunque sia, gli anti-populisti rinnovano, volenti o nolenti, la convergenza di sinistra e liberaldemocrazia in nome dei Diritti Universali (che, va da sé, un capitalismo ben temperato dal conflitto non può non concedere) propri dell’Occidente democratico (mai chiamarlo col suo nome: imperialismo) fuori dal quale non ci sono che terribili regimi autoritari. In forme nuove siamo qui all’ala sinistra della borghesia globalista già progressista, e non sarà certo una sfilza di post (postfordismo, postmoderno, postindustriale, postnazionale ecc.) a cambiare la cosa.
° Gli altri, i filo-populisti antisistemici, vedono nel fenomeno la nemesi di una sinistra che ha sposato il neoliberismo e dunque, sull’onda della sua crisi definitiva, l’aprirsi di possibilità anti-sistema di cui i populismi sovranisti sarebbero appunto la prima manifestazione. Essi, pur col rischio di essere in ritardo di fase rispetto al fenomeno dei populismi di “destra” e con la tendenza a edulcorare una realtà ben altrimenti complessa, hanno dalla loro la corretta individuazione della dinamica di fondo che lega, oggi, le istanze delle classi in senso lato sfruttate alle rivendicazioni sovraniste e nazionali come terreno di un’inedita e rinnovata lotta di classe. Ma se questo è il loro merito, fraintendono poi totalmente la natura dei soggetti sociali coinvolti in questa dinamica di resistenza facendone illusoriamente un campo di forze esterno a quei processi che hanno portato la sinistra a diventare quel che è oggi, cioè tutta interna alla logica del capitale. Questi soggetti vengono infatti accreditati di una natura anti-sistemica già data che per esplicarsi in maniera conseguente abbisognerebbe solo di una direzione adeguata. Il problema diventa qui quello di evitare l’inconseguenza del populismo, problema cui si risponde ponendosi sulla sua medesima direttrice e portando alle estreme conseguenze le rivendicazioni di sovranità nazionale, anti-europeismo, no euro, ecc. Non solo, dunque, si dà una lettura eccessivamente lineare dei processi in atto, ma ci si illude di poter giocare un ruolo (di “vera” sinistra?) che alla fin fine consiste nel porsi alla coda di settori di borghesia in via di declassamento che, credendo di agire per sé, finiscono per favorire agenti infinitamente più forti (per l’Europa: gli Usa beneficiari di una eventuale fine dell’euro).
° In realtà, per iniziare a impostare una via d’uscita dalla suddetta contrapposizione speculare, è bene non perdere di vista il fatto che l’interiorizzazione del diktat capitalista-neoliberista non vale solo per le rappresentanze politiche di sinistra ma nella fase della finanziarizzazione ascendente ha coinvolto in profondità quegli stessi soggetti che oggi, nella crisi, cercano nuove risposte al di fuori di quella sinistra senza per questo rappresentare un “fuori” rispetto ai processi di sussunzione reale, di neo-industrializzazione delle attività, di sottomissione reale e simbolica allo spettacolo integrato sub forma di capitale fittizio. Al contrario, è da questo suo essere del tutto “dentro” il capitale -a differenza del vecchio movimento operaio che manteneva una sua identità distinta da esso, un suo “fuori” relativo che ha dapprima permesso di tener viva la dialettica lotte operaie/sviluppo capitalistico ma è poi stato fagocitato dagli stessi successi ottenuti- è a partire da questa collocazione rispetto al capitale che il nuovo proletariato inclusivo di fette consistenti di classe media si ritrova sempre più trasformato ora in “cittadino” inascoltato dal potere (variante buona del populismo) ora in “superfluo” (variante cattiva), alla ricerca disperata di soluzioni per così dire neo-riformiste e neo-sovraniste, ambivalenti e spesso “sporche e cattive”. Che queste ricette si presentino come populismo “anti-sistema” la dice lunga su quanto si siano oggettivamente ristretti i margini di tolleranza del capitale totale rispetto a qualsivoglia deviazione dei soggetti dal tracciato previsto, ma ci dice anche della sua crisi di capacità di mediazione sociale e politica.
° La radice di questa ambivalenza, aperta a esiti opposti, sta appunto nella collocazione oggettiva del proletariato all’interno dell’odierno sistema di produzione che ha distrutto o sussunto gli spazi ancora autonomi di riproduzione materiale e simbolica della vita sociale. Tale internità, combinata -in Occidente- con un relativo margine di riserve economiche pur a fronte di un futuro sempre più nero, dà luogo a una situazione contraddittoria: le soluzione ricercate per uscire da una crisi che non è solo economica ma di senso, vanno nella direzione di un “comune” che se è già critica dell’individualismo sfrenato è però ancora tutto interno a questo sistema di vita e di produzione (non a caso simboleggiato dalla nazione), ciò che lo rende foriero di rischiose contrapposizioni tra un “noi” e un “voi” secondo linee non di classe ma di altro tipo. È come se per riappropriarsi della propria natura comunitaria -meta storica, non mitica origine essenzialista- il proletariato dovesse prima passare fino in fondo attraverso la comunità fittizia ma non per questo meno reale del Capitale totale-spettacolare. E però in quel “noi” ci può stare una amplissima varietà di soggetti accomunata da un’unica condizione sociale: forza-lavoro di fatto proletarizzata, rigidamente dipendente da chi muove le leve del grande capitale anche quando ti fanno credere che godi di autonomia economica o cognitiva, e vita espropriata. E comincia a starci anche una crescente umanità che per il sistema è irreparabilmente superflua, neanche più esercito industriale di riserva ma vera e propria eccedenza inutilizzabile anche come massa per ricattare chi lavora. Soprattutto, si fa qui strada la sensazione di non poter più vivere come prima, che un qualche tipo di rottura diventa necessaria.
° La domanda politica, alla luce di tutto ciò, non è come evitare lo scivolamento e/o l’inconseguenza del populismo. Perché, coniugandosi sull’asse noi/voi (anche laddove il voi pare all’inizio comprendere le sole élite), è scontato non solo che esso sia inconseguente nelle sue istanze anti-establishment ma anche che debba portare, prima o poi, allo scontro tra poveri e fare da supporto alle crescenti rivalità tra nazioni. Ma il punto è che non è scontato che trascini con sé su questa deriva i soggetti, o tutti i soggetti, che in esso si riconoscono o transitano come istanza di resistenza. La domanda utile da un punto di vista effettivamente antagonista al sistema è un’altra: a quali condizioni il populismo può essere superato in avanti e scomposto? Come entrerà in contraddizione non con se stesso ma con le istanze e i soggetti? Come separare nelle pur timide, finora, richieste di potere la dimensione “sovranista” (che è in fondo un tentativo di recuperare potere sulla propria vita) da quella nazionalista? Questioni complesse ma ineludibili su cui si giocherà, in un futuro forse neanche troppo distante, la partita: che cosa sono gli amici del popolo?
° Solo con queste domande ben presenti è possibile e necessario sporcarsi le mani per cercare di rovesciare queste dinamiche contraddittorie - i populismi sono all’inizio di un percorso che non sarà affatto lineare, tanto più che la crisi globale si appresta a entrare nel suo secondo girone infernale - in un senso anticapitalista, che è l’unico che ci interessa. È bene aver presente che in prima istanza non si tratta di capacità tattiche di qualcuno o di approntare oggi una qualche “direzione alternativa”. Ne va innanzitutto di profondissimi sconvolgimenti economici e sociali, di una scomposizione del sistema e della collocazione delle classi in esso, e soprattutto della costituzione di un soggetto ampio antagonista che possa con la sua lotta attirare (o neutralizzare) quegli strati che altrimenti cercherebbero altre, inquietanti sponde. Solo su questa base può darsi un intervento politico non minoritario che sappia rapportarsi ai temi e alle forme della realtà effettuale e non all’immaginazione di essa. Intervento che necessita di una tendenza, anche programmatica, in grado di demarcarsi -senza estremismi ma seccamente e su tutti i piani- dallo spettro “destra/sinistra” così come è definito dalla politica borghese. La linea amico/nemico vogliamo tracciarla noi e non assumerla dai nostri nemici.

Note
1 Già tra il 2011 e il 2013, quindi un bel po’ prima che la questione “populismo” si imponesse al dibattito della sinistra, ho cercato di impostarla (non da solo, va da sé) in riferimento alle ragioni profonde del movimento No Tav (http://www.saradura.it/materiali/Soggetivita_notav.pdf ), al successo del grillismo (http://www.infoaut.org/index.php/blog/prima-pagina/item/7279-proficue-ambivalenze-del-grillismo ), alla mobilitazione dei cosiddetti forconi (http://www.infoaut.org/index.php/blog/prima-pagina/item/10131- ).

sabato 26 novembre 2016

C’ERA UNA VOLTA LA RIVOLUZIONE (di Claudio Taccioli)

cuba-2

C’ERA UNA VOLTA LA RIVOLUZIONE
Sotto il sole, fra le palme , davanti al mare.
Era giovane, bella, vincente.
Profumava di sigari al rum.
Aveva barbe nere e giacche mimetiche.
Si misurava con le gambe danzanti delle ragazze ambrate.
Si faceva bere fra un daiquiri e un mojito.
Correva dalle montagne dell’est lungo la carretera central fin dentro le strade del mito.
Parlava con le canzoni, col bianconero, coi diari e le magliette.
Si lasciava guardare e toccare e amare.
Ti sussurrava che era possibile ovunque.
E abbiamo camminato hasta la victoria siempre!
C’ERA UNA VOLTA UN SOGNO

venerdì 25 novembre 2016

Italexit? L’imminente crisi bancaria di Federico Dezzani


crisi banche italianeL’eurocrisi ha raggiunto l’ultimo stadio: da crisi delle bilance dei pagamenti si è trasformata prima, attraverso le politiche di austerità e di svalutazione interna, in crisi economica, e poi, in crisi bancaria, a causa del lievitare delle sofferenze e dell’inarrestabile fuga dei capitali dall’europeriferia. Indicatori come il Target 2 e le condizioni drammatiche in cui versano MPS e, soprattutto, Unicredit, evidenziano che il carico di rottura è ormai vicino: dopo che Deutsche Bank ha sventato l’assalto speculativo di George Soros e Donald Trump ha vinto le presidiziali statunitensi, nessuno può più evitare l’applicazione del “bail in”, costringendo così l’Italia ad abbondonare l’eurozona.

E crisi bancaria fu
Tutto si può dire dell’eurocrisi, tranne che sia imprevedibile: anzi, è una storia trita e ritrita, il cui finale scontato non è anticipato da politici e media solo perché è interesse di tutti fingere che lo status quo durerà ancora a lungo.
È la storia di un regime a cambi fissi, calato su un’area monetaria non ottimale, così da accumulare tensioni che, al primo choc esterno (la bancarotta di Lehman Brothers), generino una drammatica crisi della bilancia dei pagamenti, rendendo necessaria la nascita di un Tesoro unico europeo per salvare il regime a cambi fissi, detto “euro”: l’obiettivo è raggiungere gli Stati Uniti d’Europa, grazie alla tempesta finanziaria del 2011/2012.
Se la federazione non vede la luce (a causa del diniego degli azionisti di maggioranza, Germania e Francia), l’implosione del regime a cambi fissi è scongiurabile solo riequilibrando le bilance dei pagamenti, impedendo cioè che l’europeriferia “viva al di sopra delle sue possibilità”: segue l’imposizione dell’austerità, che non è mirata a sanare le finanze pubbliche (in netto peggioramento ovunque), bensì a tagliare l’import ed incentivare l’export, attraverso meccanismi di svalutazione interna (fenomeno ben visibile nella bilancia commerciale italiana).
La ricetta, inutile dirlo, equivale al curarsi l’emicrania con la ghigliottina: crollano i consumi, crolla l’attività produttiva, sale la disoccupazione e decolla la deflazione. Per alleviare le sofferenze del “regime a cambi fissi” in aggiustamento, il venerabile Mario Draghi vara l’allentamento quantitativo del marzo 2015: si svaluta un po’ l’euro, dando così sollievo ai Paesi che vivono solo più di domanda esterna, e si comprime il rendimento dei titoli di Stato, consentendo di risparmiare qualche miliardo di interessi sul debito pubblico.
I problemi di fondo dell’euro, ossia l’insostenibilità di una valuta unica calata su un’area monetaria non ottimale, non sono però neppure scalfiti.
Il sistema bancario dell’europeriferia, come già evidenziammo nel nostro articolo “Il sinistro scricchiolio delle banche: ultimo stadio dell’eurocrisi”, funge in questo contesto da “sentina” della crisi: è cioè il comparto dove confluiscono tutti i liquami prodotti dalle politiche di svalutazione interna e di austerità. Il crollo dei consumi, dell’attività produttiva e dell’occupazione, fanno lievitare le sofferenze bancarie che, dal 2011 ad oggi, passano da 100 a 200 €mld, il 12,5% del PIL: un mese e mezzo di lavoro, servirebbe a tutti gli italiani soltanto per “ripulire” i bilanci delle banche, senza poter spendere un soldo per bere o mangiare.
Non solo: l’allentamento quantitativo, schiacciando i tassi d’interesse, decurta significativamente il margine d’interesse della banche, la cui redditività, legata ancora in Europa alla semplice attività di prestare denaro, crolla mese dopo mese. Gli investitori, consapevoli che le speranze di sopravvivenza del “regime a cambi fissi” sono piuttosto esigue, non hanno poi nessuna intenzione di conservare il denaro nell’europeriferia né, tanto meno, di partecipare agli aumenti di capitale delle banche, resi sempre più impellenti dalla crisi economica: i risparmi, in sostanza, fuggono all’estero o si guardano bene dall’entrare in Italia.
I tedeschi, consci che presto o tardi l’eurocrisi si trasformerà in crisi bancaria, vigilano affinché la condivisione del debito, rifiutata con gli “eurobond”, non rientri quindi dalla finestra, obbligando la Germania a sobbarcarsi il costo dei salvataggi bancari nell’europeriferia: ne segue l’imposizione del “bail in”, che scarica i costi del dissesto su azionisti, obbligazionisti e correntisti sopra i 100.000 euro, e, sopratutto, lo strenuo rifiuto alla garanzia europea sui depositi: saranno i singoli Stati, non l’Unione Europea, a dover assicurare la solvibilità della banche.
In questo contesto, l’eurocrisi è destinata ad evolversi in una crisi bancaria, oltre la quale non ci sarà niente, se non la dissoluzione della moneta unica: molto meglio, infatti, per gli Stati abbandonare l’euro e risanare le banche con un po’ di moneta-fiat, che cancellare i risparmi di centinaia di migliaia o sommare altro debito pubblico alla mole esistente già insostenbile.
Si arriva così al novembre 2016, Italia: più di un elemento lascia presagire che sia imminente quella crisi bancaria che spingerà l’Italia fuori dall’eurozona, avviando così la dissoluzione della moneta unica e dell’Unione Europea.
Partiamo da qualche incontestabile dato oggettivo: gli squilibri, mai così alti, del sistema interbancario europeo noto come “Target 2”. Recita il sito ufficiale della BCE:
“Target2 è un sistema di pagamento di proprietà dell’Eurosistema, che ne cura anche la gestione. È la principale piattaforma europea per il regolamento di pagamenti di importo rilevante; viene utilizzato sia dalle banche centrali sia dalle banche commerciali per trattare pagamenti in euro in tempo reale. (…) Target2 è quindi un mattone indispensabile dell’integrazione finanziaria nell’UE. Permette alla moneta di fluire liberamente attraverso i confini e sostiene l’attuazione della politica monetaria unica della BCE.”
Se l’euro fluisse davvero liberamente, se cioè non ci fossero dubbi sulla tenuta dell’eurozona, le banche europee dovrebbero scambiarsi capitali fra di loro, senza accumulare particolari saldi sul sistema interbancario della BCE. Se invece, ed è quello che sta avvenendo, gli istituti di credito dubitassero della solvibilità della controparte e della durata dell’eurozona, anziché fornirsi liquidità vicendevolmente, accumulerebbero i capitali presso le banche centrali nazionali, facendo così lievitare i saldi su Target 2.
Ora:  un primo apice dello squilibrio del Target 2 si toccò nel 2012, quando i fortissimi dubbi sulla sopravvivenza dell’euro congelarono il mercato interbancario e fecero esplodere gli squilibri. Il “whatever it takes” di Mario Draghi, pronunciato nell’estate 2012, calmò un po’ le acque, lasciando che triennio 2013-2015, pur in un clima di perdurante incertezza, trascorresse senza particolari scossoni. Ebbene oggi, nonostante il differenziale tra Btp e Bund sia solo a 180 punti base rispetto ai 500 del giugno 2012, la situazione è più critica di allora. Dall’adozione della moneta unica, non si sono mai registrati squilibri così forti su Target 2 come quelli raggiunti in questi mesi: nel mondo delle banche europee, molti sono convinti che le probabilità di una “Italexit” sono più elevate che mai.
target2
D’altronde, come non capire la diffidenza degli istituti tedeschi verso le banche italiane? È sufficiente dare un’occhiata alle condizioni dei maggiori istituti del Paese, per capire che la situazione è più critica che mai: sì, ci riferiamo a Monte dei Paschi di Siena e ad Unicredit, alle prese con drammatici aumenti di capitale il cui esito è tutto fuorché scontato.
Gli effetti dell’austerità/svalutazione interna, con i loro strascichi in termini di recessione e fallimenti societari, non hanno risparmiato nessuna banca: tutte hanno visto lievitare in questi anni le sofferenze. Tuttavia i due sullodati istituti hanno sofferto più di un’altra grande banca come Intesa-Sanpaolo e, data la loro stazza, i loro travagli hanno ormai assunto una rilevanza sistemica.
MPS è sta affossata dalla gestione dilettantesca/clientelare della massoneria toscana/PD nazionale: tutto nasce con l’acquisto nel 2007 di Antonveneta per 9 €mld (di cui 2 €mld di fondi neri, di cui si è mai capito chi fossero i beneficiari) e procede con le azzardate operazioni successive per “tappare i buchi”, operazioni con cui la finanza internazionale “ripulisce” la banca senese. Nel caso di Unicredit, invece, il peccato originale risale alla fusione del 2007 con Capitalia (dai bilanci non proprio solidi e limpidi) e, sopratutto, all’azzardata campagna di acquisizioni operata da Alessandro Profumo poco prima che scoppiasse la bolla dei mutui spazzatura. È sufficiente dire, per comprendere le condizioni critiche in cui versa la banca, che Unicredit ha rischiato di andare “sott’acqua” nella primavera di quest’anno a causa di 1,5 €mld, il valore dell’aumento del capitale della Banca Popolare di Vicenza che Unicredit avrebbe dovuto garantire, poi fornito provvidenzialmente dal Fondo Atlante.
Di fronte ad una carenza di capitale allarmante e sotto il peso di sofferenze sempre più sostenibile, i due istituti licenziano in tronco gli amministratori delegati (Fabrizio Viola e Federico Ghizzoni) e si affidano a due uomini che bazzicano, non il mondo della banche commerciali, bensì quello delle banche d’affari: Marco Morelli (ex-Merrill Lynch) e Jean Pierre Mustier (ex-Societé Generale, dove fu capo di quel Jerome Kerviel che bruciò 5 €mld in scommesse sballate). Il senso dell’operazione è chiaro: scopo dei nuovi amministratori delegati è attivare i contatti  di cui dispongono con gli ambienti dell’alta finanza internazionale e racimolare, costi quel che costi, i capitali per scongiurare l’insolvenza.
Nel caso di MPS, si arriva così alla conversione “volontaria” di 11 obbligazioni in azioni ordinarie, per un valore complessivo di 4,3 €mld: il buon esito dell’operazione (che di fatto azzera gli azionisti attuali e trasforma titoli di credito in azioni di dubbio valore) è considerato una conditio sine qua non dal “Consorzio” di banche che devono garantire il prossimo aumento di capitale da 5 €mld. Nel consorzio si contano JP Morgan, Goldman Sachs, Mediobanca, Deutsche Bank, etc. etc.: istituti che si riservano di giudicare l’operazione di conversione “secondo il giudizio in buona fede di ognuno” e, in ogni caso, vincolano l’aumento di capitale all’“andamento soddisfacente per ciascuno dei membri del Consorzio che agiscono in qualità di Global Coordinators, dell’attività di marketing presso gli investitori”1. In sostanza, l’alta finanza dice: voi fate la conversione delle obbligazioni in azioni, se poi ci va e c’è qualche speranza di guadagno, mettiamo i soldi, altrimenti vi arrangiate! Scenario, quest’ultimo, che aprirebbe le porte al “bail-in” per il Monte dei Paschi di Siena.
È un’ipotesi che la politica e l’economia italiana si può permettere? No.
Nel caso di Unicredit si è parlato invece di un aumento di capitale da 10-13 €mld, poi salito alla cifra monstre di 18 €mld, da accompagnare con la cessione di quel che rimane dell’argenteria (Fineco, Pioneer, Pekao Bank). Si è anche parlato di una possibile fusione con Societé Generale, ma è lecito supporre che siano soltanto voci alimentate ad hoc per sostenere il titolo in borsa: davvero qualcuno crede i francesi abbiano interesse a fondersi con Unicredit, quando l’inglese Barclays ha appena abbandonato l’Italia dopo un bagno di sangue e la francese BNP Paribas ha svalutato di altri 900 €mln la controllata italiana BNL2? In un mercato dei capitali asfittico, dove le banche tedesche (si è visto sopra) sono ormai convinte dell’uscita dell’Italia dall’eurozona, è stato difficile racimolare un paio di miliardi per la Banca Popolare di Vicenza: come pensa Jean Pierre Mustier di trovarne diciotto per Unicredit?
Altro quesito: può la prima banca d’Italia fallire un aumento di capitale di cui ha disperato bisogno? La risposta, come nel caso di MPS, è no: molto meglio sarebbe abbandonare l’eurozona e ricapitalizzare l’intero sistema bancario con moneta-fiat, “la nuova lira”.
Le speranze del sistema creditizio italiano (e, conseguentemente, dell’eurozona) erano legate al successo dell’assalto speculativo di George Soros & Co. contro Deutsche Bank: se la finanza angloamericana fosse riuscita a mettere alle corde l’istituto tedesco, Berlino avrebbe dovuto aprire a qualche forma di salvataggio sistemico, che avrebbe messo al riparo anche le banche italiane. L’ultimo disperato attacco è stato sferrato dal Dipartimento di Giustizia americano a metà settembre, con l’annuncio di una possibile multa da 14 $mld per le vicende legate ai mutui spazzatura di quasi dieci anni prima: le quotazioni di Deutsche Bank sono colate a picco. La banca teutonica, però, ha retto il colpo.
Respinto con successo l’assalto di Soros a Deutsche Bank, sconfitta la candidata democratica Hillary Clinton, pro-Unione Europea e pro-euro, affermatosi il candidato “populista” ed anti-europeista Donald Trump, nessuno può più salvare le banche italiane dall’applicazione del “bail-in”. Il sistema creditizio italiano si avvicina quindi al capolinea, rendendo obbligatorio all’Italia abbandonare l’eurozona.
Come facilmente prevedibile, una crisi bancaria incombe e, questa volta, sarà “Italexit”.
db uni

“Our Revolution”: Riflessioni sulle recenti elezioni americane di Alain Badiou

trump clinton10Proponiamo la traduzione dell’intervento tenuto dal filosofo francese Alain Badiou a Los Angeles, presso la University of California, sulle elezioni del 9 novembre. A giorni dall’elezione di Donald Trump, riteniamo che nell’intervento ci siano degli spunti di analisi utili alla comprensione del fenomeno al di là delle prime impressioni e delle facile categorie dicotomiche tra città-campagna, bianchi-non bianchi, working class-middle class. Per quanto siano affrettati alcuni parallelismi tra le forme politiche del fascismo novecentesco ed i nuovi populismi, l’analisi di Badiou coglie perfettamente il carattere globale ed interconnesso dei populismi, la loro genealogia dalla crisi delle vecchie oligarchie e della rappresentanza moderna, la non-contraddizione che ha nei confronti del capitalismo per quanto sia in aperta opposizione del neoliberalismo finanziario. L’assenza di una opzione forte che nasce dal basso – e non tanto da una figura di un candidato specifico, nonostante possa essere utile - e che prefigura un’alternativa, ideale e pratica, alla distruzione del legame sociale è a nostro avviso causa del nascere dei populismi, che riempiono inesorabilmente un vuoto. Qui l'originale.
* * * *
La posizione dello stato oggi è la stessa ovunque. È accettata per legge dal governo francese, dal Partito Comunista cinese, dal potere di Putin in Russia, dallo Stato Islamico in Siria, e naturalmente è anche una legge del Presidente degli Stati Uniti.
Quindi, progressivamente – e questa è la conseguenza più importante per quanto riguarda l’elezione di Trump – progressivamente, tutte le politiche oligarchiche, tutte le classi politiche, diventano lo stesso gruppo, a livello mondiale. Repubblicani e Democratici, Socialisti e Liberali, Sinistra e Destra sono gruppi di persone divise solo in teoria. Tutte le divisioni oggi sono puramente teoriche e non reali, perché tutti i gruppi fanno parte dello stesso contesto economico e politico. L’oligarchia politica del mondo occidentale di oggi sta progressivamente perdendo il controllo della macchina capitalista -  questa è la realtà. Attraverso crisi, soluzioni false, tutti i governi politici classici creano - sulla grande scala della loro popolazione - frustrazione, incomprensione, rabbia e oscure rivolte. Tutto ciò contro quella che è l’unica via proposta da tutti i membri della classe politica oggi, con alcune differenze, ma molto piccole. Fare politica oggi è la somma di differenze molto piccole nella stessa situazione globale. Ma tutto ciò ha diversi effetti sulle persone in generale; effetti di disorientamento, totale assenza di orientamento o direzione della vita, nessuna visione strategica del futuro dell’umanità, e in questo tipo di situazione gran parte delle persone cercano nell’oscurità, nei narratori bugiardi, nelle visioni irrazionali, e ritornano a tradizioni morte. Quindi, di fronte all’oligarchia politica, compare un nuovo tipo di attivisti, di supporto a demagogie violente e grossolane, e queste persone sono molto più dalla parte dei gangster e della mafia che dalla parte di politici istruiti. E quindi la scelta qui è stata la scelta tra quel tipo di persona e il resto dei politici istruiti, e il risultato è stata la scelta lecita della nuova forma di politica grossolana e qualcosa di personalmente violento nella proposta politica.
In un certo senso, queste nuove figure politiche – Trump, ma molti altri oggi – sono vicine al fascista degli anni Trenta. C’è qualcosa di simile. Ma ora senza, ahimè, i loro nemici deli anni Trenta, che erano i partiti comunisti. È una sorta di fascismo democratico – una risoluzione paradossale – una sorta di fascismo democratico che è, loro sono all’interno del piano democratico, all’interno dell’apparato democratico, ma suonano qualcosa di diverso, un’altra musica, in quel contesto. E non credo che sia solo il caso di Donald Trump – razzista, machista, violento e anche, che è una caratteristica fascista, senza alcuna considerazione per la logica o la razionalità; perché il discorso, il modo di parlare di quel fascismo democratico è precisamente un modo di dislocare il linguaggio, che è la possibilità di dire tutto e il contrario di tutto – non è un problema, il linguaggio non è il linguaggio della spiegazione, ma il linguaggio che vuole smuovere emotivamente; è un linguaggio emotivo che crea una falsa unità ma un’unità pratica. E quindi abbiamo questo ora con Donald Trump, ma è stato così anche in precedenza in Italia con Berlusconi. Berlusconi potrebbe essere, credo, la prima figura di questa sorta di nuovo fascismo democratico, con le stesse esatte caratteristiche: grossolano, una relazione quasi patologica con le donne, e la possibilità di dire e fare in pubblico cose che sono inaccettabili per gran parte degli esseri umani oggi. Ma questo è anche il caso di Orbàn in Ungheria, e in molti sensi, in Francia, è stato il caso di Sarkozy. Ed è progressivamente anche il caso dell’India o delle Filippine, e anche della Polonia e della Turchia. Quindi è veramente su scala mondiale, quest’apparizione di una nuova figura di determinazione politica che è spesso all’interno della costituzione democratica ma per altri versi ne è esterna. E penso che possiamo chiamarli fascisti – perché è il caso degli anni Trenta, dopotutto anche Hitler vinse le elezioni – quindi chiamo fascista quella persona che è all’interno dello spazio democratico ma per altri versi ne è esterno: interno e esterno. E’ interno per essere alla fine esterno. Quindi è una novità in realtà, ma una novità che è inscritta all’interno dell’immagine generale del mondo oggi perché è anche qualcosa per molte persone, non una soluzione ma un nuovo modo per essere nello spazio democratico, dove dalla parte dell’oligarchia classica non c’è alcuna differenza. In un certo senso, il principale effetto di Trump è un effetto di qualcosa di nuovo. Infatti, nei dettagli, non c’è nulla di nuovo, perché è impossibile pensare che sia nuovo essere razzisti, machisti e così via – sono cose molto, molto vecchie. Ma nel conteso dell’oligarchia classica oggi, queste cose così vecchie sembrano essere qualcosa di nuovo. E quindi Trump è nella posizione di dire che Trump è la novità, nel momento in cui lui sta dicendo cose che sono assolutamente primitive, vecchie, e fuori moda. E quindi siamo anche in un momento in cui qualcosa come il ritorno alla vecchia esistenza delle cose può apparire come qualcosa di nuovo. E questa conversione del nuovo nel vecchio è una caratteristica di quel genere di nuovo fascismo.
Tutto questo descrive, penso, la nostra situazione presente per quanto riguarda la politica. Dobbiamo considerare che siamo nella funesta discussione di quattro condizioni.
Primo, la completa brutalità e cieca violenza del capitalismo oggi. D’accordo, nel mondo occidentale non stiamo vedendo del tutto questa brutalità o violenza, ma se sei in Africa, la vedi veramente, e anche se sei nel Medio Oriente, e anche se sei in Asia. Quindi è una condizione, una condizione fondamentale, del nostro mondo oggi. È il ritorno del capitalismo al suo significato più vero, che è conquista selvaggia, selvaggia lotta di tutti contro tutti per il dominio. Quindi la prima condizione è la completa brutalità e la sanguinosa violenza del selvaggio capitalismo di oggi.
Seconda condizione: la disintegrazione dell’oligarchia classica. La disintegrazione dei partiti classici – Democratico, Repubblicano, Socialista e gli altri – in direzione dell’apparizione di una sorta di nuovo fascismo. Non sappiamo il futuro di quest’apparizione: qual è il futuro di Trump? In un certo senso non lo sappiamo, veramente, e forse Trump stesso non ne ha idea. Era visibile nella notte delle elezioni. Trump prima del potere e Trump al potere: spaventato, non del tutto soddisfatto, perché sa che non può parlare liberamente come prima. E parlare liberamente era proprio la potenza di Trump, ma ora con il governo, l’amministrazione, l’esercito, gli economisti, i banchieri ecc., è tutta un’altra storia. Quindi in una notte abbiamo visto Trump passare da un copione ad un altro, da un palco ad un altro palco, e nel secondo palco non era bravo come nel primo. Ma noi non sappiamo, sul serio, quali sono le possibilità reali di una persona del genere quando diventa Presidente degli Stati Uniti. In ogni caso, abbiamo un simbolo della disintegrazione dell’oligarchia classica, e la nascita di una nuova figura di un nuovo fascismo, con un futuro che non conosciamo, ma credo che non sia un futuro molto interessante per le persone in generale.
Terzo, abbiamo la frustrazione popolare, la sensazione di un disordine oscuro, nell’opinione pubblica di molte persone, e principalmente nei meno abbienti, i cittadini degli stati di provincia, i contadini delle campagne, negli operai senza lavoro e così via – tutta la popolazione, che è progressivamente ridotta dalla brutalità del capitalismo, al nulla, che non ha possibilità di esistere, e che resta, in alcuni luoghi, senza lavoro, senza soldi, senza orientamento, senza una direzione esistenziale. E questo terzo punto è una condizione molto importante della situazione globale di oggi. La mancanza di direzione, di stabilità, il senso di distruzione del loro mondo, senza la costruzione di un altro mondo, quindi una sorta di vuoto disfacimento.
La quarta condizione, l’ultima, è la mancanza, la completa mancanza di un’altra via strategica; l’assenza oggi di un’altra via. Esistono diverse esperienze politiche – non dico che non ci sia nulla da questa parte. Sappiamo di nuove rivolte, di nuove occupazioni, nuove mobilitazioni, una nuova determinazione ambientale e così via. Quindi non è l’assenza di tutte le forme di resistenza, di protesta – no, non dico questo. Ma la mancanza di un’altra via strategica, qualcosa che sia allo stesso livello della convinzione contemporanea che il capitalismo è l’unica via possibile. La mancanza di forza nell’affermazione di un’altra via. E la mancanza di quella che io chiamo un’Idea, una grande Idea. Una grande Idea che sia la possibilità di unificazione, unificazione globale, unificazione strategica di tutte le forme di resistenza e ingegno. Un’Idea è una specie di mediazione tra il soggetto individuale e la sfida collettiva, storica e politica, ed è la possibilità d’azione attraverso e assieme a diverse soggettività, ma per la stessa Idea.
Questi quattro punti – il dominio generale del capitalismo globale, la distruzione dell’oligarchia classica, il disorientamento e la frustrazione popolare, la mancanza di un’altra via strategica – compongono secondo me la crisi di oggi. Possiamo definire il mondo contemporaneo nei termini di una crisi globale, che non è riducibile alla crisi economica degli ultimi anni, ma che è molto di più, io credo, una crisi soggettiva, perché il destino dell’essere umano è di per sé sempre meno chiaro.
E quindi, che fare? La domanda di Lenin. Io credo che, per quanto riguarda le elezioni presidenziali, l’elezione di Trump, credo che dobbiamo affermare che una delle ragioni del successo di Trump è che la vera contrapposizione oggi, la reale contrapposizione, la contrapposizione più importante non può essere tra due figure dello stesso mondo. Che è il mondo del capitalismo globale, delle guerre imperialiste, e la mancanza di qualsiasi idea per quel che riguarda il destino dell’umanità. So che Hillary Clinton e Donald Trump sono molto diversi – non sto dicendo che dovremo identificare Trump e Hillary Clinton, ma questa differenza, è la differenza tra il nuovo fascismo e la vecchia politica oligarchica – e tutta la politica oligarchica è meno orribile del nuovo fascismo, quindi capisco perfettamente che alla fine preferiamo Hillary Clinton – ma non possiamo dimenticare che questa differenza è all’interno dello stesso mondo. Non è espressione di due diverse visioni strategiche del mondo. E credo che il successo di Trump sia possibile solo perché le vere contraddizioni del mondo non possono essere espresse, non possono essere rappresentate dall’opposizione tra Hillary Clinton e Trump, perché Hillary Clinton e Trump sono nello stesso mondo – molto diversi ma nello stesso mondo. E quindi, infatti, durante tutta la preparazione delle elezioni, durante le primarie, la vera contrapposizione è stata tra Trump e Bernie Sanders. Era una vera contrapposizione. Possiamo dire che Trump sia eccessivo, dalla parte di un uovo fascismo, e possiamo dire che Bernie Sanders è in qualche modo di natura socialista e , infine , che Bernie Sanders sia nella necessità di essere dalla parte della Clinton e così via, ma io credo che a livello della rappresentazione, che è così importante, la vera contrapposizione era rappresentata dall’opposizione tra Trump e Bernie Sanders, e non dall’opposizione tra Trump e Hillary Clinton, perché in Bernie Sanders, nella proposta di Bernie Sanders, abbiamo qualcosa che va oltre il mondo com’è ora. E non abbiamo qualcosa del genere nella proposta di Hillary Clinton. E quindi, abbiamo una lezione di dialettica, che è, la teoria delle contrapposizione. In un certo senso la contrapposizione tra Hillary Clinton e Trump era una contrapposizione relativa e non assoluta, che è una contrapposizione negli stessi parametri, nella stessa costruzione del mondo. Ma la contrapposizione tra Bernie Sanders e Trump era l’inizio della possibilità di una vera contrapposizione, che è una contrapposizione tra un mondo e qualcosa oltre il mondo. In un certo senso Trump era dalla parte della soggettività popolare oscura e reattiva, nel mondo così com’è, ma Bernie Sanders era nella parte della soggettività popolare razionale, attiva e trasparente, orientata oltre il mondo così com’è, anche in qualcosa che era poco chiaro – poco chiaro ma oltre il mondo così com’è.
Quindi il risultato delle elezioni è di natura conservativa, è puramente conservativa, perché è il risultato di una contrapposizione falsa, in un certo senso, una contrapposizione che non è vera contrapposizione e che è anche, attraverso questo elezioni, a continuazione della crisi di oggi, la crisi delle tre condizioni che ho espresso prima. Oggi, contro Trump, non possiamo auspicare nella Clinton o in qualcuno dello stesso tipo. Dobbiamo creare un ritorno, se è possibile, alla vera contrapposizione, è la lezione di un simile terribile evento. Dobbiamo proporre un orientamento politico che vada oltre il mondo così com’è, anche se all’inizio sarà in modo poco chiaro. Quando cominciamo qualcosa non abbiamo subito chiaro lo sviluppo di quella cosa. Ma dobbiamo iniziare. Dobbiamo iniziare, questo è il punto. Dopo Trump, dobbiamo cominciare. Non è solo per resistere, per opporsi. Dobbiamo iniziare qualcosa, veramente, e questa domanda d’inizio è l’inizio del ritorno alla vera contrapposizione, alla vera scelta, alla vera scelta strategica per quanto riguarda la direzione dell’essere umano. Dobbiamo ricostruire l‘idea che contro le mostruose diseguaglianze del capitalismo attuale, contro anche i nuovi gangster della politica classica, come Trump, è possibile creare, ancora una volta, un campo politico con due direzioni strategiche e non solo una. Il ritorno di quella che è stata l’occasione del grande movimento politico del diciannovesimo secolo e dell’inizio del secolo scorso. Dobbiamo, per dirla in maniera filosofica, andare oltre l’uno, in direzione del due. Non una direzione ma due. A creazione di un nuovo ritorno per una nuova scelta fondamentale come vera essenza della politica. Infatti, se c’è solo una strategia possibile, la politica progressivamente sparisce, e in un certo senso, Trump è il simbolo di questa sparizione, perché, qual è la politica di Trump? Nessuno lo sa. È più un dato, che una direzione politica. Quindi il ritorno alla politica è necessariamente il ritorno all’esistenza di una scelta reale. Quindi, infine, a livello filosofico generale, è il ritorno dialettico al Due reale oltre l’Uno, e possiamo proporre dei nomi per questo tipo di ritorno.
Come sapete, la mia visione è di proporre il corrotto mondo del ‘Comunismo’, corrotto da esperienze sanguinarie e così via. Il nome è solo un nome, siamo liberi di proporre altri nomi, non è un problema. Ma c’è qualcosa di interessante nel significato primitivo di questa vecchia e corrotta parola. E questo significato è fatto di quattro punti, quattro principi, e questi principi possono essere da supporto per la creazione di un nuovo campo politico con due direzioni strategiche.
Il primo punto è che non è una necessità che la chiave dell’organizzazione sociale sia nella proprietà privata e nelle mostruoso disuguaglianze. Non è una necessità. Dobbiamo affermare che non è una necessità. E possiamo organizzare esperienze limitate che dimostrano che non è una necessità, che non è vero che la proprietà privata e le mostruose disuguaglianze devono essere per sempre leggi dell’essere umano. È il primo punto.
Il secondo punto è che non è una necessità che i lavori siano divisi tra lavori nobili, come la creazione intellettuale, o la direzione, o il governo, e dall’altra parte il lavoro manuale e l’esperienza materiale comune. La specializzazione dell’etichetta non è una legge eterna, in particolar modo l’opposizione tra il lavoro intellettuale e quello manuale deve essere eliminata a lungo termine. È il secondo principio.
Il terzo è che non è necessario che gli essere umani siano divisi da confini nazionali, razziali, religiosi o di genere. L’uguaglianza deve esistere attraverso le differenze, quindi la differenza è di ostacolo all’equità. L’equità dev’essere dialettica delle differenze, e dobbiamo rifiutare che l’equità sia impossibile nel nome delle differenze. Quindi i confini, il rifiuto dell’altro, in qualsiasi forma, deve scomparire. Non è una legge naturale.
L’ultimo principio è che non è necessario che esista uno stato, nella forma del potere separato e corazzato.
Quindi questi quattro punti possono essere riassunti così: collettivismo contro proprietà privata, lavoratore polimorfico contro la specializzazione, universalismo concreto contro le identità chiuse, associazione libera contro lo Stato. Sono solo dei principi, non è un programma. Ma con questi principi, possiamo giudicare tutti i programmi politici, le decisioni, i partiti, le idee da questo punto di vista. Prendi una decisione: devi vedere se questa decisione va nella direzione dei quattro principi o meno. Se davvero è contro i principi, non è una buona decisione, non è una buona idea, non è un buon programma. Dunque abbiamo un principio di giudizio nell’ambito politico e nella costruzione di un nuovo progetto strategico. Questo è in un certo senso la possibilità di avere una visione veritiera di ciò che va realmente in una nuova direzione, la nuova direzione strategica dell’umanità in quanto tale.
Bernie Sanders propone di costruire un nuovo gruppo politico dal titolo “Our Revolution”. Il successo di Trump deve aprire ad una nuova possibilità per quel tipo di idea. Possiamo fidarci di lui per il momento, possiamo giudicare se è davvero una proposizione che va al di là del mondo attuale, possiamo giudicare se quanto è proposto sia conforme con questi quattro principi. Possiamo fare qualcosa. E dobbiamo fare qualcosa, perché se non facciamo niente, viviamo soltanto nella fascinazione, la stupidità della fascinazione, del successo deprimente di Trump. La nostra rivoluzione – perché no – contro la loro reazione, la nostra rivoluzione, è una buona idea. In ogni caso, io sto da questa parte.

giovedì 17 novembre 2016

10 volte... No!



di Roberto Mancini

Dieci ragioni per votare "No" al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Le indico considerando contesto, metodo e merito del problema. Il contesto è riassumibile osservando che è in atto da tempo un globale processo di sottrazione di democrazia ai popoli e di concentrazione del potere nelle mani di un manipolo di speculatori e di politici collaborazionisti. La riforma "Renzi-Boschi" è necessaria all'attuazione del progetto di concentrazione del potere. Perciò i potentati finanziari globali hanno ammonito il popolo italiano, dicendo che con la vittoria del sì ci saranno investimenti e crescita, con quella del no ci sarà la paralisi del Paese e la fuga degli investitori. Le ragioni di merito per votare "No" sono le seguenti.
 
1. La riforma senza motivo nega ai cittadini la facoltà di eleggere i membri del Senato, ma nel contempo attribuisce a esso funzioni legislative comunque decisive, tra cui quella di un'eventuale revisione costituzionale.
2. La riforma punta a una governabilità senza rappresentatività. Vede i cittadini e il Parlamento come un intralcio e s'inventa l'esigenza di dare ancora più potere a chi governa, quando in realtà i governi più recenti, compreso l'attuale, hanno deciso senza problemi le missioni militari all'estero, i tagli alla sanità, all'istruzione e alla ricerca, la riforma Fornero, l'inserimento del pareggio di bilancio nella Costituzione, la "Buona Scuola", il Job's Act e magari tra poco il Ponte sullo Stretto. Con la riforma chi governerà non avrà istanze di controllo sul suo operato.
3. La riforma riduce le prerogative del Parlamento (soprattutto delle opposizioni) e, nell'incastro con la riforma della legge elettorale, muta geneticamente la forma di governo, introducendo una sorta di presidenzialismo estremo.
4. La riforma prevede che i senatori saranno nominati tra i consiglieri regionali o i sindaci, con l'esorbitante pretesa che siano capaci di svolgere bene e simultaneamente funzioni così impegnative. Attribuisce a questi senatori nominati dai capi-partito e non dai cittadini l'immunità parlamentare. I costi di questa struttura si annunciano non inferiori a quelli attuali.
5. La riforma riduce competenze e autonomia delle Regioni, liquidando il decentramento. Con ciò il governo impedisce la realizzazione di una vera riforma che coordini la rappresentanza tramite partiti alla Camera con la rappresentanza per comunità territoriali al Senato.
6. La riforma, anziché semplificare il funzionamento del Senato, lo complica prevedendo almeno sette tipologie diverse di votazione delle leggi.
7. La riforma modifica completamente la seconda parte della Costituzione, che configura criteri e procedure per attuare la prima parte, riferita ai principi fondamentali della vita democratica. In questo modo di fatto compromette anche la prima parte.

A queste ragioni di merito ne vanno aggiunte altre tre di metodo.
 
8. La riforma scaturisce da un colpo di mano della maggioranza, in pratica della maggioranza del Partito Democratico (nemmeno di tutto il partito): si vuole riformare la Costituzione con un metodo anticostituzionale e antidemocratico, senza costruire un necessario consenso più ampio ed espresso dalle diverse parti politiche.
9. La riforma scaturisce sia da un Parlamento delegittimato dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 1 del 2014, che dichiarò illegittimo il sistema elettorale con cui è stato formato, sia da un governo scaturito da giochi di palazzo. Quindi il soggetto proponente non ha la legittimità giuridica, l'investitura democratica e l'autorità morale per avviare una riforma della Costituzione.
10. La riforma verrà votata al referendum con una scheda dove la formulazione del quesito rispetto a cui rispondere è tendenziosa. Infatti induce l'elettore a votare "Sì" perché il testo descrive non in modo neutro, ma come obiettivi positivi i punti della riforma.

Ecco perché votare "No" è un atto costruttivo che sventa un pericolo grave e può favorire il rilancio della democrazia.

(31 ottobre 2016)

Link articolo © Altreconomia.

Referendum costituzionale: in arrivo una valanga di NO dalla sinistra del Pd

DEMOCRATICHE e DEMOCRATICI per il NO al Referendum costituzionale

Siamo democratiche e democratici, iscritti ed elettori del PD, collocati sulla lunga scia delle diverse culture politiche della sinistra e del centro-sinistra da cui il PD è nato, intese e intesi a prendere le distanze dalla Riforma Costituzionale oggetto del Referendum nell'autunno prossimo.
Da Democratici rivendichiamo sulla legge fondamentale dello Stato piena libertà di coscienza. Riteniamo che questo convincimento appartenga a non pochi iscritti ed elettori del PD a cui dare rappresentanza.
Non ci convince una riforma che rafforza il potere esecutivo a discapito di quello legislativo, che rafforza lo Stato centrale a discapito delle autonomie regionali e locali. Lo diciamo dall'Umbria, ovvero da una regione che si è sviluppata ed è progredita grazie alle riforme ed ai progetti resi possibili dal regionalismo, grazie alla capacità delle istituzioni locali, dai Comuni alla Regione, di accrescere e valorizzare le potenzialità sociali, civili ed economiche dei territori, facendo sistema, innovando politiche, economia, cultura, dal “basso”. 
Non si tratta di ragionare sulla bontà del superamento del bicameralismo perfetto, su cui in pochi hanno avanzato dubbi. Si tratta, piuttosto, di riaffermare, da un lato, equilibri e garanzie istituzionali proprie di un sistema parlamentare più democratico, e dall'altro, prerogative e capacità decisionali della Regione, nella chiarezza e nel rispetto dei compiti propri tra lo Stato e le autonomie locali.
Il No non è per noi traducibile come una resistenza al nuovo. Votando No al Referendum Costituzionale, vogliamo che il nuovo dia una soluzione positiva alla annosa crisi della rappresentanza, tanto nelle istituzioni regionali e locali, quanto in quelle nazionali. Ciò che intendiamo affermare, più precisamente, è il No al disegno centralistico che figura nella riforma; un disegno che frena e non sviluppa il cammino verso un assetto più democratico, partecipato e federalista dello Stato.
Non ci convince un Senato come quello delineato nella Riforma, composto da consiglieri regionali e sindaci. Una Camera alta del Parlamento concepita come un dopolavoro non serve né al Paese né ai territori; tanto più che oggi, a livello locale, c'è invece necessità di un impegno a tempo pieno di tutti i componenti. Inoltre i senatori così nominati saranno legati al proprio partito e all'istituzione di provenienza, ma slegati da un diretto rapporto di fiducia con i cittadini.
Non ci convince la vulgata che spiega la riforma alla luce della riduzione dei costi della politica. Quel risultato si sarebbe potuto ottenere con una semplice riduzione dei parlamentari, e non basta a giustificare una Riforma così ampia. Serve solo ad un approccio populista e demagogico, che lede e non aiuta un corretto confronto democratico.
Ecco, il nostro No si propone di tenere aperti gli spazi per far maturare in Umbria e nel paese un dialogo e un dibattito utili a definire presto una Nuova Riforma Costituzionale.
Un No a viso aperto, dunque, che non gioca su ambiguità politiche e retropensieri, che entra nel merito della sfida referendaria, separandola con nettezza dalle questioni che riguardano l'attuale governo, le cui politiche discutiamo in altre sedi e in altri momenti.
In conclusione, non riteniamo giusto avallare una riforma deficitaria solo perché introduce un cambiamento. Una politica seria valuta sempre “quale” cambiamento. Gli effetti che si delineerebbero con l'entrata in vigore della riforma sarebbero deleteri. Da qui il nostro No, che ha l'ambizione di porre le basi sì per cambiare, ma cambiare in meglio.
Nel contesto in cui si inserisce il referendum l’accordo sopravvenuto nel PD per una radicale modifica dell’Italicum a favore di una nuova legge elettorale (incentrata su elezione diretta dei senatori, superamento del ballottaggio, premio di governabilità ragionevole, collegi elettorali) segna un passo avanti verso un traguardo di innovazione indispensabile in ogni caso al di là dell’esito referendario, per ridare spazio alla rappresentanza, per riavvicinare i cittadini e i loro rappresentanti, per riaffermare lo spirito della Costituzione, i suoi principi e la sua storia.
Rimangono tuttavia in piedi quei contenuti propri della riforma costituzionale che abbiamo esposto e che non ci convincono.
Per queste ragioni ci impegneremo nella campagna referendaria per il No in autonomia e in collaborazione con i Comitati esistenti e creando occasioni per approfondire i merito della questione.
Siamo convinte e convinti che la nostra scelta, compiuta in coerenza con i nostri ideali e con lo spirito della Costituzione, dia linfa al PD, al suo costitutivo pluralismo e alla sua nativa connotazione di centrosinistra. Del resto, sulla Costituzione ciascuno e ciascuna di noi è chiamato a decidere nello spirito costituente, prima di tutto da cittadino e da cittadina.

Abbenante Luigina - Agostini Luciano - Albanesi Daniela - Alunni Celso - Alunni Esposto Gianfranco - Alunni Italo - Amello Maria - Anselmo Ettore - Antonelli Maria Rita - Bacoccolo Marcello - Bacoccolo Massimiliano - Badiali Fabiana - Baglioni Angela - Bagnini Marco - Baldacci Margherita - Barba Luca - Barbacci Claudio - Bartocci Andrea - Bastianelli Raffaella - Bastianelli Rosella - Battaghini Aldo - Battaghini Matteo - Bazzica Renato - Beati Nicola - Beati Stefano - Belfico Maria Angela - Bellavita Paolo - Bellucci Giulia - Bellucci Remo - Belvedere Franca - Bernani Daniele - Bernardino Vittoria - Berrettini Francesca - Berrettini Francesco - Bianchi Fausto - Bigerna Daniele - Bini Bruno - Bistacchi Mario - Bizzarri Vittorio - Boccini Andrea - Boccini Vittorio - Boccio Emanuela - Bonci Alfio - Boncio Federico - Borgognoni Mariano - Bottausci Franco - Bottini Lamberto - Bracalenti Walter - Bracarda Luciano - Bracco Felice Fabrizio - Bragetti Nadia - Brestuglia Giovanni - Brugnoni Amelio - Brugnoni Simona - Brunetti Simone - Bucarini Mauro - Buriani Luigi - Calvio Costanza - Calvio Gerardo - Calzini Franco - Campanella Renzo - Campani Luciano - Capaldini Tiziana - Caporali Angelo - Cappelli Peppino -  Capponi Paolo - Caprini Claudio - Cardarelli Piero - Carloni Carla - Castellani Luciano - Castiglia Jacopo - Cavicchi Alba - Cecati Rossella - Cecchini Paolo - Cecconini Clotilde - Cenciarelli Giuliana - Cerasini Renzo - Cerquiglini Gianni - Cesari Maurizio - Cesarini Riccardo - Chiabotti Piero - Chiocci Giovanni - Chionne Brunetto - Ciaccini Marino - Cianca Stefano - Ciavaglia Filippo - Cibei Laura - Cicatiello Anna - Ciliani Fabrizio - Colacicchi Romano - Coltorti Nadia - Corbucci Roberto - Cozzari Massimo - Cozzari Matteo - Cozzari Michele - Cristofori Cecilia - Crocioni Federico - Damiani Maria Pia - Darena Aldo - Delrene Fausto - Di Amico Giorgio - Di Amico Rita - Di Giura Andrea - Di Toro Franco - Dionisi Giorgio - Dionisi Sante - Dominici Rita - Donatelli Roberto - Donati Mirko - Dragoni Flavia - Fagiani Corrado - Fagioli Franco - Fagiolo Stefano - Falasca Vincenzo - Fattorini Walter - Favorini Franco - Fedeli Giorgio – Fedeli Alianti Carla - Fifi Romena - Filipetti Valentino - Finamore Carmen - Finamore Mariliana - Fioriti Carla - Fiorucci Gianni - Forini Giuliano - Franceschelli Andrea – Franci Massimo - Frattegiani Azzurra - Frattegiani Fausto - Frau Giacomo - Fringuello Silvia - Frizzoni Fabrizio - Fumanti Massimo - Gambari Agnese - Gambari Donatella - Gambari Lino - Garzuglia Cecilia - Giammarioli Graziella - Giombini Maria Assunta - Giovannoni Donatella - Girolami Luigi - Granci Riccardo - Grossi Gaia - Guasticchi Cristian - Guasticchi Marina - Guasticchi Palmiro - Guerini Rocco Giovanna - Guidubaldi Sauro - Ialacci Petronilla - Impagliazzo Luigi - Incatasciato Roberto - Ingles George - Inverso Antonio - Khilchenco Iryna - Lanfaloni Luisa - Latino Stefania - Laurenzi Paolo - Leonardi Domenico - Lo Giudice Paolo - Locchi Anna - Locchi Renato - Loreti Catia - Magara Alessandro - Maltempi Marcello - Manali Massimo - Manni Carlo - Marabissi Miriana - Marcugini Sandro - Mariani Palmiero - Mariannelli Maria Assunta – Marinelli Valerio - Marionni Rosanna - Martini Angelo - Martini Germano - Martini Giuseppe - Martini Massimo - Martini Moreno - Matarangolo Franco - Mattino Michela - Mattioli Anna - Mattioli Rolando - Mattioni Walter - Maurizi Maurizio - Mazzoli Ulisse - Mazzoni Cecilia - Mencarelli Gianluca - Mencarelli Marcella - Mencarelli Massimo - Mignini Piero - Mignini Stefano - Minelli Liliana - Mirti Francesco - Morici Daniele - Mortaro Nicoletta - Nati Lorenzina - Nicosanti Giovanni - Olimpieri Maria Agnese - Onori Annunziata - Orlandi Daniele - Orsini Adolfo - Ortolani Fabiano - Ottaviani Ombretta - Palini Ezio - Paltriccia Davide - Pammelati Emiliano - Panfili Andrea - Panichi Luca - Panico Roberto - Pannacci Fabio - Pasqualoni Maria - Pasquinelli Moreno - Passeri Francesco - Passeri Massimo - Peccia Alba - Perri Patrizia - Petrini Giovanna - Piccioni Carlo - Piccioni Paolo - Piccioni Svedo - Pierassa Roberto - Pietrini Danilo - Pini Giulia - Piobbichi Gino - Pioppi Sergio - Pippi Igino - Pirrami Sante - Polidori Rolando - Pontefice Fabio - Pontefice Marco - Priano Giuseppe - Procacci Alessandro - Procacci Fernanda - Procaccia Alessandro - Proietti Carlo - Prologo Laura - Quaglia Claudio - Recchioni Luciano - Renga Sergio - Riboloni Catia - Riganelli Fausto - Rocchini Antonio - Romei Marco - Rondolini Fausto - Rondolini Giuseppe - Rondoni Serena - Rosati Giulia - Rosati Stefania - Rosi Adelio - Rossi Anna Rita - Rossi Luigi - Rossi Sandro - Russo Rita - Sabatini Giancarlo - Sabbatini Stefano - Santini Domenico - Sarli Michele - Sartoretti Paolo - Saturnino Concetta - Scatena Angelo - Schettini Fabrizio - Schettini Francesco - Serini Claudio - Serini Elvira - Servettini Liliana -  Solinas Attilio - Sollevanti Adamo - Sorbini Alberto - Spaziani Marco - Suella Maria Gabriella - Taborro Cristina - Tampellini Pieluigi - Tarpani Maria Stella - Tempesta Maurizio - Terradura Ilario - Testi Mohan - Tiburzi Carla - Tiburzi Valentina - Torrioli Francesco - Trabalza Cristina - Tricarico Rocco - Vagnetti Alberto - Vantaggi Enrico - Vantaggi Silvano - Vincenti Giampiero - Vincenti Marta - Vitale Nicoletta - Zampolini Rita.

giovedì 3 novembre 2016

La contraddizione del padre di famiglia

lezione

Il discorso moralista dice che lo Stato, così come un padre di famiglia, dovrebbe sempre spendere meno di quanto guadagna. Questo discorso finisce per suggerire al cittadino, laico in economia, che:  
1) è possible per tutti gli agenti di un sistema economico guadagnare più di quanto spendono, e  
2) che lo Stato presenta un qualche tipo di restrizione finanziaria, tipica di un padre di famiglia. 
Questo discorso è falso perché, 1) non è possibile nel complesso di un sistema economico guadagnare più di quanto viene speso, e 2) lo Stato non si sgretola quando si indebita riguardo la valuta che egli stesso emette, ossia, nel debito pubblico espresso nella sua stessa valuta (il Reale, nel caso del Brasile).
Purtroppo, questo discorso falso sta guadagnando adepti fra le persone che prendono decisioni importanti per il futuro del paese. Questa retorica è arrivata ad un punto tale che il governo pretende di approvare un Proposta di Emendamento alla Costituzione che congelerebbe la spesa pubblica primaria in termini reali per i prossimi vent'anni, consentendo soltanto degli aggiustamenti per ripristinate l'inflazione precedente. L'obiettivo di tale misura sarebbe, secondo il discorso ufficiale, quello di promuovere un aggiustamento nei conti pubblici.
Questa PEC ha ricevuto varie critiche, a causa del suo carattere perverso dal punto di vista sociale, in quanto impedirebbe al governo di ampliare l'insieme di beni e servizi pubblici offerti alla popolazione. Noi sottoscriviamo tali critiche, e intendiamo andare un po' oltre, mostrando che quando lo Stato si comporta secondo questa logica - come se fosse un padre di famiglia - provoca effetti nocivi per l'economia.

Lezione n°1: In un sistema economico, quel che si spende è esattamente quel che si guadagna.
Per semplificare al massimo l'argomento, cerchiamo di non considerare il settore esterno, i trasferimenti del governo, e supponiamo che ogni spesa pubblica consiste nel consumo e che non ci siano variazioni di stock. Sottolineiamo che l'argomento è valido anche senza queste semplificazioni.
Poniamo allora che il prodotto (PIL) (Y), dal punto di vista del reddito, sia uguale alla somma della massa salariale, dedotte le imposte (W), più la massa dei profitti, anche qui dedotte le imposte (P), e più il totale delle imposte raccolte (T). Dal punto di vista della domanda, il prodotto è uguale alla somma del consumo delle famiglie (C), degli investimenti (I), e del consumo del governo (G). Per definizione, queste due somme devono essere uguali. Abbiamo così:
Y = W + P +T = C + I + G
Prodotto = Reddito = Domanda
Quello che il settore privato "guadagna", in tal caso, è la somma dei salari e dei profitti (W+P), e quello che il governo "guadagna" è la riscossione delle imposte (T). Quello che il settore privato spende, da parte sua, corrisponde al consumo più gli investimenti (C+I), mentre quella che è la spesa del governo è lo stesso G. Compiendo alcuni passaggi algebrici a partire dalla precedente equazione, arriviamo alla seguente espressione per determinare il surplus del settore privato:
(W+P) - (C+I) = G - T
Dove (G - T) è il deficit pubblico, cosa che alternativamente può essere scritta:
Surplus del settore privato = deficit pubblico.
Ciò significa che quando il bilancio del governo è in attivo, il settore privato guadagna meno di quanto spende, e che quando il bilancio del governo è deficitario, il settore privato guadagna più di quanto spende. Così, perché sia possibile che il settore privato (l'insieme delle imprese e delle famiglie in un sistema economico) guadagni più di quello che spende, è necessario che il governo spenda più di quel che guadagna.
La possibilità di guadagnare più di quanto si spende esiste solamente per l'individuo di cui si suppone che il suo reddito sia dato e che l'individuo scelga quanto spendere. Tuttavia, nel complesso, il reddito e la spesa sono uguali. Pertanto, in un sistema economico considerato come un tutto, non è possibile che tutti gli agenti guadagnino più di quanto spendono, semplicemente perché, nel complesso, quello che si guadagna è esattamente uguale a quello che si spende. Con questo, vediamo che è impossibile che il settore privato ed il settore pubblico siano in surplus contemporaneamente.

Lezione n° 2: Per il livello occupazionale, quel che conta è il livello di spesa pubblica e non il deficit pubblicoPer una data capacità produttiva, il livello complessivo della spesa destinata all'acquisto di beni e servizi correntemente prodotti (domanda), misurato secondo i prezzi normali, determina i livelli di reddito, prodotto ed occupazione. Questo è, in maniera semplice e diretta, il cosiddetto principio della domanda effettiva - sviluppato in maniera indipendente da Keynes e Kalechi negli anni 1930 - che stabilisce la seguente relazione di causalità: è la spesa che genera il reddito. Tale formulazione è valida a condizione che esistano risorse inutilizzate in economia - cioè, capacità produttiva inutilizzata e lavoratori disoccupati.
Perciò, quando ci sono risorse inutilizzate, il governo dovrebbe innalzare il suo livello di spesa inducendo così l'aumento del reddito, della produzione e dell'occupazione. Quando il governo aumenta la sua domanda di beni e servizi, questo va direttamente ad aumentare la domanda dell'economia e gli imprenditori devono produrre di più per soddisfare questa domanda addizionale del governo. La cosa implica che un maggior numero di lavoratori vengono assunti, così come aumenta la domanda degli imprenditori stessi di assunzioni, generando una crescita del reddito complessivo maggiore della crescita della spesa pubblica. Un processo inverso si verifica quando il governo taglia la spesa: ciò diminuisce direttamente la domanda dell'economia, facendo sì che gli imprenditori debbano produrre meno per soddisfare alla domanda del governo che è caduta. Ciò implica che vengono licenziati lavoratori, così come che diminuisca la domanda degli imprenditori di assumere, generando una caduta della rendita complessiva maggiore di quella provocata dal taglio iniziale della spesa pubblica. Nel lungo periodo, gli imprenditori regolano la loro capacità produttiva per soddisfare alla domanda effettiva dell'economia, che è la domanda che consente il loro profitto.
Così, all'inizio del 2015, optando deliberatamente per tagliare fortemente la spesa, il governo ha causato la recessione e l'aumento della disoccupazione nell'economia brasiliana. Tale recessione ha ridotto le entrate fiscali, di modo che il taglio della spesa non sta causando un miglioramento dei conti pubblici, in quanto le entrate fiscali stanno cadendo più della spesa pubblica.
lezione-1
Si noti che il deficit o il surplus sono solo il risultato dei conti pubblici e non ci dicono se il governo stia agendo in maniera da stimolare o da contrarre l'economia. Quel che ci dicono è ciò che sta succedendo con i livelli di spesa del governo, che generano domanda per l'economia, e non se c'è deficit o surplus.
L'attuale governo federale afferma che congelare la crescita reale della spesa primaria è una condizione perché il paese torni a crescere, affermando che gli imprenditori torneranno ad investire, ampliando la capacità produttiva dell'economia. Tuttavia, non ha alcun senso che gli imprenditori amplino la capacità produttiva (investano) mentre la domanda per i loro prodotti si trova in caduta o in stagnazione. Questo discorso senza senso viene trasmesso e difeso dai grandi mezzi di comunicazione. Ovviamente, da quando il governo ha cominciato a tagliare la spesa, il livello di produzione (PIL) è caduto, gli investimenti degli imprenditori sono caduti ancora di più, e la disoccupazione è aumentata. Questi sono gli effetti nocivi per l'economia che si producono quando il governo si comporta come un padre di famiglia:lezione gráfico-2
Congelare la spesa primaria dopo la forte riduzione della spesa avvenuta a partire dal 2015 probabilmente ci condannerà ad una lunga stagnazione, senza garantire che ci sarà un miglioramento nelle entrate fiscali e nei conti pubblici. Se si vogliono migliorare i risultati fiscali, il governo potrebbe ricorrere ad aumenti di imposte nei confronti dei più ricchi, annullare le esenzioni per le imprese, oppure semplicemente migliorare la struttura tributaria, anziché tagliare e congelare la spesa. Se non lo fa, è per una scelta politica.
Cerchiamo con questa nota di spiegare gli aspetti più basilari di come il governo influenza i risultati economici. Sottolineiamo però come il governo dovrebbe affrontare le vere sfide che si riferiscono a tutto questo: 1) il profilo regressivo della struttura fiscale e dei trasferimenti effettuati dal governo e 2) la struttura produttiva affinché la crescita dell'economia brasiliana non incorra nella restrizione dei bilancio dei pagamenti.

- Kaio Pimentel e Guilherme Haluska - Pubblicato su Excedente il 12 ottobre 2016 -

* - Il testo è scritto da Kaio Pimentel e Guilherme Haluska, entrambi membri del gruppo di economia politica "Excedente", essenzialmente composto da economisti dell'UFRJ ( http://www.ie.ufrj.br/ )