domenica 19 febbraio 2017

Centrosinistra, quattro matrimoni e un funerale. Quello di Renzi

Scomposizioni e ricomposizioni nel campo del centrosinistra. Continua il congresso di Sinistra Italiana in parallelo con le prove generali di scissione dentro il Pd 

da Rimini, Checchino Antonini16807267_643982375787248_2581216604410039908_n

Non poteva fare assist migliore a Nicola Fratoianni, Giuliano Pisapia, quando ha detto che la scissione del Pd sarebbe una tragedia, perché così, dal palco del PalaCongressi, il segretario in pectore di Sinistra Italiana gli ha potuto mandare a dire che la tragedia, semmai, è la disoccupazione giovanile al 40%. Avrebbe potuto dire che il Pd è la tragedia di questo paese ma poi con chi si alleerebbe la nuova formazione politica che domani concluderà il suo congresso costitutivo? Perché Sinistra Italiana è un partito incagliato nella cultura politica – e nelle beghe – del centrosinistra e, per ora, è presente a macchia di leopardo, come consistenza e come orientamento: in alcuni territori c’è il personale politico più a sinistra che si può, altrove opera un ceto politico che scende a patti col Pd, qualsiasi Pd, renziano o meno, e ne prende le forme e ne condivide le scelte. Mi viene in mente il consigliere comunale di Genova che ha votato, pochi giorni fa, per la privatizzazione di Amiu ma il catalogo è ricchissimo di esempi. C’è il delegato di Ferrara, l’ex sindaco Pci Soffritti, espressione della “vecchia” politica di compromesso del Pci, poi Pds, Ds, Pdci e Sel, indigesto anche a buona parte della plata. C’è, al contrario, Lucia Tempesta, ex sindaca di un piccolissimo paese della provincia di Rieti, ex operaia di una fabbrica tessile e militante comunista, poi di sinistra, in un territorio dove la Dc e il Psi sono stati mostri di clientelismo e malaffare. C’è chi arriva dalla stagione dei social forum e chi i social forum non li ha mai potuti soffrire. A tutti loro Fratoianni giura dal palco di voler parlare a chi ha bisogno di sinistra e spiega che questo partito sarà un luogo dal quale organizzare un pensiero e un luogo “per fare” con circoli non virtuali. Autonomo ma «senza pretesa di autosufficienza». Ossia dentro il campo del centrosinistra. Siamo sempre là.
Dunque, la seconda è stata la giornata di Fratoianni ed Emiliano, degli interventi di Tortorella e Ferrero, di Cofferati e Tomaso Montanari  ma, come ieri, i riflettori sembravano puntati altrove, a Testaccio, nel cuore di Roma, a due passi dalla Garbatella di Smeriglio, dove la “sinistra” del Pd, i suoi big, si sono palesati per decidere cosa faranno domani, domenica, all’assemblea nazionale al Nazareno che dovrà decidere sul congresso.
Da lì, Emiliano è volato a Rimini per dire dal palco di essere «molto felice di stare qui, mi sento parte della vostra storia, sono felice di aver abbracciato Nichi Vendola. Ho nei suoi confronti un grande debito. Mi ha portato per mano, sin dai primi passi, dai primi comizi». Accolto dagli applausi della platea congressuale, appena entrato nella sala, stava intervenendo Arturo Scotto, intervento già segnato da alcune contestazioni. A quel punto, Emiliano s’è avvicinato al palco e ha stretto la mano al capogruppo Si. Una stretta di mano non gradita alla parte dei delegati apertamente ostili a Scotto che è tornata a fischiare, in particolare quando il primo scissionista di Si dirà che il suo obbiettivo è costruire «un nuovo centrosinistra». Tanti fischi, frenati dalla Presidenza del Congresso che invita tutti alla calma. In fondo è stato lo stesso Fratoianni a dirgli di venire a Rimini: «Arturo vieni qua, questa è la tua casa, dividiamoci ma facciamolo insieme (sic!)». E Scotto: «I fischi non fanno paura a chi è nato e cresciuto all’interno di una grande tradizione politica». «Mussi ha parlato della sinistra come un arcipelago. Io ho l’obbiettivo di costruire ponti, non ad aggiungere un’altra isola». Prima di lui, anche Laura Boldrini, presidente della Camera data per vicina al Campo di Pisapia, aveva detto di reputare suo dovere «fare il possibile per facilitare il dialogo delle tante anime della sinistra». «È positivo che ci sia un dibattito, l’importante – avverte – è che poi si arrivi a una sintesi, che al dunque le forze progressiste unirsi sappiano unirsi, mettendo da parte i protagonismi». «La scissione che a me fa più paura è quella delle persone dalla politica. Mi auguro che i partiti e le forze politiche capiscano la necessità di riavvicinarsi alle persone che non vanno più a votare o che votano per protesta hanno bisogno di qualcosa in cui credere».
Sul palco è salito anche Matteo Ricci, sindaco renziano di Pesaro e vicepresidente del Pd: «Ho ascoltato ieri l’intervento di Mussi, sicuramente non è ambizione della Sinistra italiana fare la stampella di Renzi e del Pd, ma non credo che sia nella vostra ambizione fare la stampella di D’Alema». Quando Ricci nomina Renzi e il Pd la platea rumoreggia mentre quando nomina D’Alema c’è anche chi applaude.
Domani, sarà la volta del discorso di Vendola, padre fondatore, di Sel e Si. E, dopo le votazioni di stanotte sugli emendamenti alle tesi, sarà anche il giorno dell’elezione di Fratoianni alla guida del partito.

Intanto nel Pd

Quattrocentouno chilometri a sud (fa fede gugolmap), il punto di non ritorno nel Pd sembra a un passo. La vigilia dell’assemblea convocata da Matteo Renzi per aprire il congresso, registra distanze immutate tra maggioranza e minoranza e un’escalation nei toni. I tre candidati alla segreteria della minoranza, Roberto Speranza, Michele Emiliano ed Enrico Rossi, in una manifestazione unitaria con in platea Bersani e D’Alema, attaccano Renzi e tengono il punto sulle loro richieste: conferenza programmatica, congresso in autunno e garanzia di durata del governo Gentiloni fino al 2018. Ma il vicesegretario Guerini risponde a muso duro: «Gli ultimatum non sono ricevibili». E il presidente Orfini avverte: «Sarebbe la scissione a mettere a rischio il governo». Nel cuore del quartiere Testaccio di Roma, la “sinistra” Pd gremisce il teatro Vittoria, con alcune decine di persone fuori davanti a un maxischermo. Non c’è Cuperlo, che prova a mediare ed è il più restio a lasciare il partito. La kermesse, organizzata da Rossi (piuttosto grottesco il nome «Rivoluzione socialista»), si apre sulle note di Bandiera rossa e sulle immagini di Guerre stellari, con Yoda a simboleggiare «la forza intorno a te». In platea compare una bandiera comunista. E ai bersaniani viene l’orticaria visto che il massimo che vogliono fare è una forza ulivista. A Renzi chiedono un congresso «vero» in autunno o domani, dopo aver presentato un ordine del giorno unitario in direzione, non potranno che dichiarare la scissione. In prima fila ci sono i due ex segretari Bersani e Guglielmo Epifani. Una eventuale rottura? «Non è colpa mia», allarga le braccia D’Alema, che domani non sarà all’assemblea. Ora sta a Renzi fare un passo verso la minoranza, è la tesi: o sarà lui a rompere. «Bisogna essere fedeli agli ideali della gioventù. Quando non sai cosa fare, fai quel che devi», scandisce Bersani citando Berlinguer, a sottolineare la gravità del momento. «La scissione è evitabile», dichiara Emiliano. E rivela: in una telefonata venerdì il segretario gli ha garantito che sosterrà Gentiloni fino a fine legislatura. Ma Bersani dice che non basta: deve essere Renzi a dichiararlo. L’altro punto su cui la minoranza non recede è un congresso in autunno: «Stamattina mi ha chiamato Renzi e gli ho chiesto: non vedi la scissione che c’è già nel nostro mondo? Se il congresso è solo rivincita o plebiscito», sarà normale «un nuovo inizio», dice Speranza. E Rossi avverte: «Se Renzi come Macron in Francia vuole fare un partito né di destra né di sinistra neo-reaganiano e alleato con Alfano, FI e Verdini, la scissione è nei fatti». Emiliano, nella veste di ‘mattatore’, chiama l’applauso più forte della platea per Bersani, quando ricorda che si dimise per salvare il Pd. Rossi invoca una «svolta» del Pd perché diventi un «partito partigiano che sta con i lavoratori». Ed Emiliano scandisce: «Non costringete questa comunità a uscire dal Pd: non avremo paura. Ci ritroverà a guardarlo negli occhi: non costruiremo un soggetto avversario del Pd ma ricostruiremo questa comunità». Renzi replicherà domani, con l’intervento in assemblea. Ma i toni e i contenuti dei discorsi della minoranza fanno insorgere i suoi. Dario Franceschini lancia un ultimo appello: «Il Pd non è proprietà di capi in lite, i margini di trattativa ci sono. Fermiamoci. O la scissione sarà colpa di tutti». Orfini propone come mediazione «una profonda discussione programmatica nelle federazioni» prima delcongresso da tenere in primavera. Alla minoranza non basta. «Alcuni hanno già deciso di uscire, è stucchevole il gioco del cerino», attacca Orfini. Ma la sinistra replica: «Se si rompe la responsabilità è di Renzi». Viene da chiedersi dove fossero queste anime belle quando il loro partito ha imposto l’austerità, la legge Fornero, il fiscal compact e la legge di stabilità.
La cosa più probabile è la costituzione di nuovi gruppi parlamentari e la nascita di un movimento in vista della costituente di un partito se domani sarà sancito lo strappo da «il Partito di Renzi». Si guarda a un percorso di «ricomposizione del centrosinistra» che si annuncia articolato. A partire dal lavoro necessario per tessere la tela con Campo progressista di Pisapia e Sinistra italiana. Speranza, Emiliano e Rossi per ora marciano uniti: la kermesse del teatro Vittoria, affermano i bersaniani, è un punto di non ritorno e difficilmente Renzi riuscirà a spaccare il fronte della minoranza. In futuro potrebbero contendersi la leadership. Se sarà scissione, la preoccupazione dei bersaniani è un ripensamento all’ultimo di Emiliano e Rossi, con una mediazione al ribasso. Ma a sera chi è vicino al governatore osserva che sarà difficile accettare meno del congresso in autunno. D’Alema, che in prima fila ascolta gli interventi dall’inizio alla fine, viene descritto come già con un piede fuori dal Pd, tanto che domani non sarà in assemblea. Al Senato la minoranza ha preso informazioni presso gli uffici per la formazione di un gruppo. Hanno anche verificato quanti funzionari gli spetterebbero. I numeri i bersaniani li avrebbero sia alla Camera che al Senato (si parla di 40 deputati e 20 senatori ma al dunque le decisioni di ciascuno potrebbero far oscillare l’asticella). La speranza è poi attrarre magari quei parlamentari ex Sel che non aderiranno a Sinistra italiana (Arturo Scotto è stato ospite al teatro Vittoria). Un’altra partita si aprirebbe poi per le questioni patrimoniali nel Pd, sull’eredità che i Ds hanno portato al partito al momento della nascita. Se si farà un soggetto largo, si potrà fare un soggetto da 10% e magari provare a «recuperare» Enrico Letta. Da subito partirebbe invece il dialogo con Giuliano Pisapia, che Speranza incontrerà lunedì a un evento a Venezia. L’ex sindaco ha chiarito negli ultimi giorni che non intende farsi ‘strattonare’ da nessuno, ma sarebbe un interlocutore naturale.

domenica 5 febbraio 2017

Populismi e questione di classe di di Punco x, Carmillaonline.com

MarxDalBarbiere 
[Il contributo del nostro lettore intende essere una risposta alla recensione, apparsa qui, di Alessandro Barile all’importante libro di Carlo Formenti La variante populista (Derive Approdi, 2016), e al libro stesso.]

Secondo lo storico Dror Wahrman, la “classe media” non sarebbe che un artificio retorico[1], un espediente inventato dai politici wigh nell’Inghilterra dell’Ottocento per allargare la propria base elettorale.
L’invenzione della classe media
Gli anni sono quelli attorno al 1820, nel parlamento inglese si discute della possibilità di riformare la legge elettorale.
Il dibattito è polarizzato tra conservatori (tory) e radicali: i primi sostengono il diritto a governare delle classi alte, i secondi rivendicano il suffragio universale maschile. Entrambi elaborano le proprie analisi servendosi di uno schema duale, che riduce le classi sociali a due: classi alte e classi inferiori.
I liberali, che fino al 1868 erano chiamati wigh, sono stati estromessi dal governo nel 1794, la polarizzazione del dibattito tra tory e radicali li stritola e sembra non dar loro vie d’uscita. In questo contesto cominciano a fare appello a quella che definiscono “classe media”, sostenendo la necessità di una riforma elettorale che, pur non introducendo il suffragio universale maschile, dia spazio politico ai gruppi sociali che hanno guidato il rinnovamento economico della Gran Bretagna durante la Rivoluzione industriale.
La nuova descrizione sociale elaborata dai wigh, basata su tre classi, a molti pare plausibile: sembra accogliere i mutamenti socio-economici che in quegli anni sono sotto gli occhi di tutti. Dal punto di vista sociologico, però, è largamente imprecisa, né alcun capo wigh si curerà mai di dare una descrizione dettagliata di ciò che intendesse per “classe media”. Per loro fu fondamentale far credere che questa classe esistesse, non spiegare come si fosse formata e come fosse composta.
Così, gli sforzi dei wigh si concentrarono nel dimostrare che la classe media fosse caratterizzata da connotazioni etiche positive, la descrissero come la più onesta, moralmente sana, saggia, laboriosa e dinamica. Di conseguenza loro, che si proponevano di rappresentarla, erano portatori delle stesse caratteristiche e la riforma elettorale che proponevano era la più saggia e onorevole, proprio come la classe alla quale volevano dar voce.
Quella che i wigh stavano costruendo non era un’analisi dettagliata della realtà sociale britannica, ma un’immagine retorica convincente e plausibile, in grado di aumentarne il sostegno elettorale.
Una narrazione che gode ancora oggi di una certa forza, e che, dalle nostre parti, si è particolarmente affermata tra la fine degli anni Settanta del Novecento e i primi anni del nuovo secolo, un periodo durante il quale anche molti lavoratori salariati hanno dismesso le vesti proletarie per indossare quelle del ceto medio. Paradossalmente, ai nostri giorni, questa narrazione è messa in crisi dalle politiche e dalle ideologie degli stessi eredi di coloro che l’avevano creata, oltre che dalle contraddizioni interne al capitalismo contemporaneo. 
L’eclissi della classe media
Anche Marx, come i tory e i radicali dei primi anni dell’Ottocento, ha una visione dicotomica delle classi sociali, la sua, però, è una descrizione tendenziale. Marx non nega che nella sua epoca, e in quelle successive, possano esistere più classi nella medesima società, sostiene che il capitalismo, evolvendosi e avvicinandosi alla maturità, semplificherà estremamente le cose, riducendo le classi a due: coloro che posseggono i mezzi di produzione, e coloro che ne sono privi, trasformando tutti coloro che ne sono privi, qualsiasi sia la loro mansione all’interno del processo produttivo, in un’unica classe antagonista a quella di chi detiene i capitali. Il movimento proletario – dice Marx – è il movimento autonomo dell’immensa maggioranza, nell’interesse dell’immensa maggioranza, mentre tutti i movimenti del passato erano movimenti di minoranze nell’interesse di minoranze.
Questa teoria marxiana, detta della “proletarizzazione crescente”, è stata spesso criticata nel corso degli anni. Eppure, se si guardano i dati attuali, l’analisi di Marx acquista nuova forza e sembra la più appropriata a descrivere il capitalismo contemporaneo, che pare essersi avvicinato parecchio alla sua fase matura.
Negli Stati uniti del 1980 la percentuale dei lavoratori salariati, sul totale degli occupati, era pari al 90,6%, trentatré anni dopo, nel 2013, era del 93,4%.[2]
In Spagna, cioè in un paese che ha conosciuto una recente espansione economica, lo stesso dato era, nel 1980, pari al 70%, nel 2014, era cresciuto di più del 10%, attestandosi all’82,4%.
In Germania, invece, si passa dall’87,4% registrato nel 1983, all’89% rilevato nel 2014, mentre in Francia si passa dall’83,7% del 1980 all’88,5% del 2014.
Bisogna però segnalare che il dato riguardante la Francia, e relativo al 2014, fa registrare una lievissima contrazione, poiché torna più o meno sugli stessi valori del 2003, mentre tra il 2004 e il 2009 la percentuale dei salariati sul totale degli occupati aveva toccato cifre superiori all’89%.
In Italia, dove storicamente la libera professione e il lavoro autonomo sono stati incentivati, e nelle forme considerate d’élite tutelati, si registra un dato in costante crescita, anche se la percentuale dei salariati sul totale degli occupati è significativamente inferiore rispetto agli altri Paesi occidentali presi in considerazione: nel 1980 i lavoratori salariati erano il 71,4%, nel 2014 diventano il 75,3%.
I dati relativi alla Gran Bretagna sono invece in controtendenza: nel 1980 i salariati erano il 91,9%, nel 2014 questa percentuale era scesa all’84,4%. Un dato che si può spiegare anche con l’utilizzo del lavoro autonomo per mansioni storicamente svolte da lavoratori salariati, col fine di abbassare lo standard dei diritti e quello salariale (si pensi, per esempio, ai “padroncini” che lavorano nel settore dei trasporti e della logistica, o alla miriade di lavoratori della conoscenza free-lance).
A questo proposito è necessario osservare che, con la riorganizzazione del modello produttivo, si è fatto strada quello che Sergio Bologna ha definito “lavoro autonomo di seconda generazione”: l’esternalizzazione di alcune parti della produzione, sia materiale, ma soprattutto immateriale, a lavoratori free-lance, ai quali sono destinate committenze nei momenti in cui le imprese appaltanti ne hanno bisogno. Un fenomeno che riguarda soprattutto i lavoratori della conoscenza, e che sancisce la “proletarizzazione” (anche se in un senso in parte diverso da quello marxiano) di lavoratori che negli anni passati godevano di un certo prestigio sociale, oltre che di un discreto riconoscimento economico.
In questo contesto il lavoro diviene sempre più precario, i salari reali sono più bassi rispetto ai primi anni Settanta del secolo scorso, mentre la disoccupazione si attesta, in tutti i paesi presi in considerazione, su cifre strutturalmente più alte rispetto al periodo caratterizzato dal modello produttivo “fordista”.
Così, se da un lato la precarizzazione dei rapporti di lavoro, la facilità dei licenziamenti e l’elevata disoccupazione creano una massa di individui ricattabili, anche dal punto di vista elettorale, dall’altro depotenziano tutti quei meccanismi che li portavano a identificarsi con la classe media. Un’identificazione che era resa possibile soprattutto dalla capacità di consumare un determinato tipo di prodotti e servizi, che era garantita principalmente da un accesso al credito relativamente facile.
Significative per comprendere questo meccanismo, sono alcune indagini demoscopiche condotte in Italia e negli Stati uniti.
Nel 2015 Demos ha chiesto a un campione rappresentativo della popolazione italiana: “Lei personalmente a quale classe sociale ritiene di appartenere?”.
Il 52% ha risposto di considerarsi parte dei “ceti popolari/classe operaia”, il 42% di appartenere ai “ceti medi” e solo il 3% pensava di far parte della “classe dirigente/borghesia, ceti superiori”.[3]
Nel 2006, prima dell’inizio della crisi economica, lo stesso istituto di ricerca aveva posto agli intervistati la medesima domanda. In quel caso solo il 40,2% pensava di appartenere ai “ceti popolari/classe operaia”, mentre il 53,7% riteneva di appartenere ai “ceti medi”.[4]
Se ci chiediamo come mai il dato è cambiato tanto drasticamente, la risposta la troviamo nell’indagine Demos del 2006, quando, oltre alla classe di appartenenza, veniva chiesto: “Secondo lei, oggi, cosa differenzia maggiormente la classe operaia dal ceto medio?”[5]. La maggioranza, il 48% degli intervistati, aveva risposto “il tenore di vita e i beni di consumo come auto, vacanze, abbigliamento, ecc.”, al secondo posto (41,8%) vi era la ricchezza, al terzo, staccata di diverse lunghezze, si trovava invece “l’immagine e la considerazione sociale” (25,9%), quasi a sottolineare come il senso di appartenenza a una classe sociale dipenda soprattutto da variabili di tipo economico.
La crisi economica, la contrazione dei salari, la conseguente difficoltà nell’accedere al credito, oltre che le incertezze relative al futuro, hanno distrutto la narrazione che portava molti individui a identificarsi con la classe media, poiché quegli individui non possono più mantenere il tenore di vita e il livello di consumi che rendevano possibile tale identificazione.
Un fenomeno che probabilmente diventa più chiaro se si prende in considerazione la percezione della classe di appartenenza della propria famiglia. Sempre secondo le indagini condotte da Demos, nel 2006 solo il 28% degli italiani pensava che la propria famiglia appartenesse alla “classe bassa”, nel 2016 questa percentuale è quasi raddoppiata, attestandosi al 54%. Al contrario, nel 2006, ben il 60% degli intervistati riteneva che la propria famiglia appartenesse alla “classe media”, mentre nel 2016 solo il 39% continua a crederlo.[6]
Con la crisi economica non solo è mutata la percezione relativa alla propria classe di appartenenza, ma è mutata anche la percezione della classe alla quale appartiene la propria famiglia, poiché i sacrifici di una volta non bastano più per garantire quel tenore di vita e quei consumi che portavano il padre, la madre, o entrambi, che individualmente magari si identificavano nei “ceti popolari/classe operaia”, a considerare i propri figli, e la propria famiglia in generale, come appartenenti alla “classe media” (nel 2006 il 40,2% degli intervistati riteneva di appartenere, individualmente, ai “ceti popolari/classe operaia”, ma solo il 28% pensava che la propria famiglia appartenesse alla “classe bassa”).
Se dall’Italia ci spostiamo negli Stati uniti, notiamo che la tendenza è la stessa: nel 2008 solo il 35% degli americani riteneva di appartenere alle “working and lower class”, nel 2015 questa percentuale sale al 48%. Al contrario, nel 2008 il 63% degli americani era convinto di appartenere alle “upper-middle and middle class”, nel 2015 questa percentuale è scesa al 51%.[7]
Una percezione relativa all’appartenenza di classe che caratterizza soprattutto i più giovani: tra chi oggi ha meno di 35 anni ben il 56,5% pensa di appartenere alla working class, mentre tra coloro che hanno tra i 35 e i 45 anni la percentuale è del 49,8%.[8]
Se in quest’epoca, segnata dalla maturità del capitalismo, la “proletarizzazione” è crescente, anche nelle coscienze, proprio come aveva previsto Marx, le classi dominanti, con il crollo delle narrazioni rivolte alle “classi medie”, hanno perso un importante strumento di controllo sociale.
È in questo contesto che nascono i populismi.
Populismi 
I ceti medi – scriveva Marx – combattono la borghesia per evitare di scomparire. Non sono rivoluzionari, ma reazionari, perché cercano di far tornare indietro la ruota della storia. Essi,  quando divengono rivoluzionari, lo divengono in vista del loro movimento verso il proletariato, smettono di difendere i loro interessi presenti per concentrarsi su quelli futuri.[9]
Se vogliamo intendere i populismi[10] contemporanei, non possiamo mettere da parte queste considerazioni di Marx.
I populismi sorgono proprio perché le forze politiche fino a oggi portatrici degli interessi delle classi dominanti non possono più fare appello alla classe media, alla solidarietà che un tempo la legava alle classi alte, alle quali i membri del ceto medio sognavano di appartenere. Quella narrazione è crollata.
Morta una narrazione è necessario costruirne un’altra, in grado di affascinare individui che lentamente vanno impoverendosi: se non sono più i consumi a farli immedesimare e a renderli solidali con i settori più ricchi della società, bisogna inventarsi qualcos’altro. Il richiamo alla nazione, al recupero della posizione dominante persa, nel caso di Trump, o a un astratto concetto di sovranità, nel caso dei populismi europei, probabilmente pare loro l’antidoto migliore per disinnescare la coscienza di classe che va maturando. In quanto nazione siamo diversi dagli altri popoli, non tra di noi, membri dello stesso stato. Non è la classe sociale che ci divide a livello globale e all’interno delle nazioni stesse, ma è la nazionalità che ci divide tra popoli.
Di fatto i populismi non sono altro che un tentativo di annacquare la coscienza di classe, di traghettare coloro che fino a oggi ritenevano di appartenere alla classe media, magari essendo operai, impiegati o lavoratori autonomi, su posizioni reazionarie e non rivoluzionarie. Posizioni congeniali alle classi dominanti. Le blande politiche sociali che questi movimenti propongono, non sono che uno specchietto per le allodole, come a loro tempo lo furono le promesse del fascismo della prima ora.
Un aspetto dei populismi sul quale è necessario fare chiarezza è proprio il nazionalismo: esso non sorge esclusivamente da un romantico sentimento di appartenenza, le sue radici sono materiali, affondano nell’economia e nel neoliberismo.
Milton Friedman, uno dei padri del neoliberismo, colui che sperimentò le proprie teorie economiche nel Cile di Pinochet, scriveva, riferendosi agli Stati uniti, ma facendo un discorso facilmente estendibile a uno scenario globale:
“Il campo d’azione del governo deve essere limitato. La sua funzione principale deve essere quella di […] mantenere la legalità e l’ordine, far rispettare i contratti privati, favorire la concorrenza nel mercato.[…]
Se le autorità devono esercitare un potere, è preferibile che ciò avvenga a livello di contea piuttosto che di stato, e se necessario è meglio che tali poteri siano attribuiti al governo dello stato piuttosto che concentrati a Washington, nelle mani del governo federale. […]
Se non mi piace quello che fa il mio stato, posso trasferirmi in un altro.”[11]Dividere il mondo in una miriade di staterelli deboli e totalmente incapaci di influenzare e regolamentare un sistema economico che agisce a livello globale: probabilmente è questo che sperano le classi dominanti quando pensano ai populismi odierni e al nazionalismo che professano.
“Tutte le forze globali – scriveva nel 1997 Zygmunt Bauman – sono, per così dire, interessate agli stati deboli, ossia a quegli stati che sono deboli pur rimanendo stati. Tali stati possono venire facilmente ridotti al ruolo di commissariati di polizia in grado di assicurare ognuno sul proprio terreno quel minimo di ordine indispensabile a condurre affari, ma incapace di frenare le ambizioni sovraterritoriali e le attività delle aziende sovranazionali.
E’ facile immaginare quanto la sostituzione degli stati territoriali deboli con qualche tipo di autorità legislativa ed esecutiva mondiale, dotata di effettivo potere esecutivo, risulterebbe dannosa per gli interessi delle aziende sovranazionali; possiamo quindi presumere che i processi di globalizzazione economica e di tribalizzazione politica non solo non si facciano guerra tra loro, ma siano strettamente alleati o addirittura membri della stessa congiura.”[12]
Guardare al futuro
Probabilmente il termine proletariato non è più adatto a descrivere la classe sociale che emerge dal capitalismo odierno, forse precariato potrebbe essere un nome più appropriato per descrivere quella che agli occhi di alcuni appare semplicemente come una massa informe, ma chi ha come obiettivo il superamento del capitalismo non può che proporsi di dare un progetto e un’organizzazione politica a questa classe, per fare in modo che essa influenzi il corso della storia, che non si riduca a mera reazione, cosa che avvantaggerebbe esclusivamente le classi dominanti.
Nessuno paese europeo, nel contesto attuale, è in grado di reggere la botta, di difendere i diritti dei lavoratori e di competere in un mondo globalizzato. Il neoliberismo poté affermarsi negli anni Settanta proprio perché le politiche economiche keynesiane, tarate su base nazionale, non furono in grado di garantire risultati in un mondo che andava globalizzandosi.
Non è tornando allo stato nazione che sconfiggeremo il neoliberismo, ma favorendo l’unità di classe, anche politica, a livello globale.
In questo contesto, la lotta contro l’Unione europea potrebbe rivelarsi molto presto come una lotta inutile, se non dannosa. Il ritorno a una moneta nazionale, per esempio, causerebbe molti più problemi e contraddizioni di quanti ne causa l’euro. Le politiche industriali, inoltre, non sarebbero che una copia, spesso anche mal riuscita, di quelle elaborate dal governo Renzi che, nella speranza di attrarre investitori esteri, ha propagandato nel mondo quanto sia conveniente produrre in Italia visti i bassi salari che caratterizzano ogni mansione.
Probabilmente sarebbe molto più proficuo lottare per una radicale revisione dei trattati che istituiscono l’Unione europea, tutti improntati al neoliberismo per il semplice fatto che al neoliberismo si ispiravano i governi che li hanno elaborati e firmati. Forse sarebbe più utile lottare per abbattere ogni frontiera, mentre i populisti vogliono innalzare muri.
Il contesto europeo non chiude spazi, li apre. Apre lo spazio per una battaglia costituente, per esempio. Spazio che a livello nazionale è ormai irrimediabilmente chiuso. Apre lo spazio per estendere a tutta l’Europa, e oltre, i valori delle costituzioni nate dall’antifascismo tanto invise a Jp Morgan, e per avanzare rispetto a esse. Apre lo spazio per la pubblicizzazione di molte attività produttive e di servizi essenziali, cosa che, a livello nazionale, sarebbe impossibile se non inutile. Apre lo spazio per accordi paritari e di collaborazione con paesi del Sud America o dell’Africa, accordi in base ai quali le materie prime vengono scambiate al giusto prezzo evitando lo sfruttamento dei lavoratori e l’arricchimento dei dittatori locali. Apre lo spazio per elaborare un sistema di welfare, di diritti e di garanzie a tutela dei lavoratori improntato all’eguaglianza e dal respiro universale. Apre lo spazio per una rivoluzione che potrà affermarsi solo se continentale e con aspirazioni globali. Tutto sta nell’elaborare lotte e rivendicazioni all’altezza degli spazi che si aprono.
Secondo Marx solo con lo sviluppo universale delle forze produttive possono aversi relazioni universali tra gli uomini, si possono sostituire agli “individui locali individui empiricamente universali”[13]. Ciò – dice – fa dipendere ogni popolo dalle rivoluzioni degli altri.
Il capitalismo, vista anche la concentrazione globale della proprietà dei mezzi di produzione, sembra essere giunto a questa fase della sua maturità. Ora sta a chi si propone di superarlo saper guardare avanti e saper sfruttare a proprio favore quegli elementi che già attualmente il capitalismo ha in seno e che sono fonte di innumerevoli contraddizioni al suo interno. Guardare indietro, cercare di invertire il corso della storia, non farebbe che allontanarci dal comunismo.
Il vecchio motto “proletari di tutto il mondo, unitevi!” mai come oggi è attuale, l’alternativa è la barbarie.

[1]     Dror Wahrman, Imagining the middle class. The political representation of class in Britain, c. 1780 – 1840, Cambridge university press, Cambridge,1995.
Alberto Mario Banti, Le questioni dell’età contemporanea, Laterza, Roma-Bari, 2010.
[2]     Tutti i dati relativi alla percentuale dei salariati sul totale degli occupati sono liberamente consultabili sulla banca dati della Banca mondiale.
[5]     A questa domanda era possibile dare due risposte.
[8]     Shiv Malik, Caelainn Barr, Amanda Holpuch, US millennials feel more working class than any other generation, the Guardian, 15 marzo 2016.
[9]     Karl Marx, Il manifesto del partito comunista, 1848.
[10]   Col termine populismo indico sempre quelli che alcuni definiscono populismi di destra. Non credo esista un populismo di sinistra. Podemos, spesso indicato come esempio rappresentativo di quest’ultimo, ha una lettura di classe della realtà sociale, una lettura nella quale il richiamo al popolo assume tutt’altra veste rispetto ai populismi.
[11]   Milton Friedman, Capitalismo e libertà, IBL Libri, 2010 (prima edizione 1962).
[12]   Zygmunt Bauman, Il disagio della postmodernità, Bruno Mondadori, Milano, 2002 (prima edizione 1997).
[13]   Karl Marx, Friederich Engels, L’ideologia tedesca, 1846.

venerdì 3 febbraio 2017

1917 – 2017. A UN SECOLO DAL GRANDE AZZARDO di Sebastiano Isaia

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Di imprese storiche passate può essere affermato che i tempi non erano ancora maturi. Nel presente i discorsi sulla insufficiente maturità trasfigurano l’approvazione del cattivo esistente. Per il rivoluzionario il mondo è sempre maturo. Ciò che retrospettivamente appare come stadio iniziale, come situazione prematura, egli l’aveva considerata come l’ultima occasione. Egli è con i disperati che una condanna spedisce sulla forca, non con coloro che hanno tempo. L’appellarsi ad uno schema di stadi della società che post festum mostra l’impotenza di un’epoca passata, in quel momento sarebbe stato teoricamente sbagliato e politicamente vile. […] Benché il successivo corso storico abbia confermato i girondini contro i montagnardi e Lutero contro Munzer, l’umanità non è stata tradita dalle intempestive imprese dei rivoluzionari, bensì dalla tempestiva saggezza dei realisti (M. Horkheimer, Lo Stato autoritario).
Pare che al volgere dell’anno 1916 lo Zar Nicola II lasciasse cadere sul popolo russo, sfiancato da due anni di terribile guerra, le lapidarie quanto poco – o molto, dipende dai punti di vista – profetiche parole che seguono: «Il 1916 è stato un anno molto difficile, ma il 1917 sarà un trionfo». Sappiamo come andò a finire. In effetti un trionfo, alla fine del ’17, ci fu, ma Nicola II non pensava certo a Lenin e ai suoi compagni quando pronunciò l’ultimo augurio di fine/inizio anno nella sua qualità di Zar di tutte le Russie.  D’altra parte i regnanti e i governanti in genere hanno l’obbligo dell’ottimismo: «Oggi va malissimo, e nessuno può negarlo; ma domani, statene pur certi, sarà tutta un’altra cosa, e chi lo nega non è che un disfattista». E fu appunto in guisa di disfattista (rivoluzionario) che Lenin rientrò in Russia dopo la caduta del regime zarista, spazzato via come una foglia morta nel febbraio del ’17 dalla possente scopa della rivoluzione – «democratico-borghese».
Non bisogna dimenticare che quando il 3 aprile del 1917 finalmente giunse a Pietrogrado dall’esilio svizzero a bordo del famoso – e per molti versi leggendario (1) – treno piombato, Lenin si presentò ai rappresentanti del governo provvisorio e al corteo dei militanti socialdemocratici che lo accolsero festanti alla stazione di Finlandia più come esponente della sinistra di Zimmerwald («Solo la sinistra di Zimmerwald difende gli interessi del proletariato e della rivoluzione mondiale»), e cioè come un militante della corrente rivoluzionaria più estrema del movimento operaio internazionale, che nella sua qualità di capo dei bolscevichi, nonché come uno degli esponenti di punta della nuova Repubblica democratica. Questo anche perché i suoi rapporti con i compagni di partito che agivano in Russia dopo il loro rientro dalla deportazione (come Kamenev e Stalin) erano tutt’altro che buoni. Come ricorda Trotsky nella sua giustamente celebre opera sulla Rivoluzione d’Ottobre, «Nella sua lettera di addio agli operai svizzeri, Lenin ricordava la dichiarazione fatta dall’organo centrale dei bolscevichi nell’autunno 1915: se la rivoluzione porta al potere in Russia un governo repubblicano che voglia continuare la guerra imperialista, i bolscevichi si opporranno alla difesa della patria repubblicana» (2).
A due anni di distanza da quella solenne e inequivocabile dichiarazione, Lenin si trovava a dover fare i conti con collaboratori che cincischiavano «vergognosamente» su posizioni «conciliatrici» nei confronti di un “governo rivoluzionario” che non intendeva portare il Paese fuori dalla guerra imperialista. E scoppiava letteralmente di rabbia. In un articolo pubblicato dalla Pravda il 15 marzo 1917, Kamenev aveva scritto: «Quando un esercito fronteggia un altro esercito, non v’è niente di più inutile del suggerire a uno dei due eserciti di deporre le armi e di andare a casa. Non si tratterebbe, in questo caso, di una politica di pace ma di una politica di schiavitù, che sarebbe respinta con sdegno da un popolo libero. [Un popolo libero potrebbe soltanto] rispondere colpo a colpo, bomba a bomba». Quando Lenin lesse questo articolo, che di fatto capovolgeva la posizione di disfattismo rivoluzionario fissata dai bolscevichi già alla vigilia della Prima guerra mondiale, Lenin andò su tutte le furie. Il suo sistema nervoso fu messo davvero a dura prova in quel delicato frangente storico, e il suo corpo probabilmente ne rimase segnato significativamente. Ma a inizio aprile Lenin poté finalmente lasciarsi alle spalle la frustrante condizione di esiliato e così dispiegare liberamente tutta la sua energia intellettuale, la quale per vent’anni aveva avuto un solo punto focale, un solo chiodo fisso: giungere preparati, come esponenti del proletariato d’avanguardia, all’immancabile crisi rivoluzionaria. La molla compressa da anni poteva adesso liberare la sua energia. Il primo a farne le spese sarà proprio Kamenev.
«Appena entrato nello scompartimento e appena seduto», racconterà in seguito Raskolnikov, un giovane ufficiale di marina passato con i bolscevichi, «Vladimir Ilic aggredisce subito Kamenev: “Cosa scrivete sulla Pravda? Ne abbiamo visto qualche numero e ve ne abbiamo dette di tutti i colori» (3). Un minuto dopo aver messo piede nella nuova Russia, e dopo essersi liberato dai riti dei festeggiamenti che aveva subìto con estrema riluttanza, il primo atto politico di Lenin fu quello di citare un discorso di Karl Liebknecht, il quale aveva salutato la rivoluzione di febbraio in Russia come un grande episodio della rivoluzione mondiale: «La rivoluzione russa da voi compiuta ha inaugurato una nuova epoca. Viva la rivoluzione socialista mondiale!». Questo per mettere subito le cose bene in chiaro. Come Gesù a Gerusalemme, Lenin era giunto in Russia non per unire, ma per dividere, non per portarvi “farisaiche” parole di pace universale, ma per incendiare gli animi. Per lui la partita era appena iniziata; bisogna battere il ferro finchè è caldo: questa era l’idea che ossessionava il rivoluzionario Lenin, il quale aveva capito che il proletariato d’avanguardia della Russia poteva dare un contributo formidabile alla rivoluzione sociale nei Paesi avanzati del Vecchio Continente: si tratta della teoria dell’anello debole (non compresa nemmeno dal giovane Gramsci) da egli perfezionata nel corso di molti anni: è nel ventre molle dell’Imperialismo mondiale che la scintilla della rivoluzione può scoccare più facilmente e così incendiare l’intera prateria, ormai satura di vapori rivoluzionari. Adesso si trattava di raccogliere i frutti di quella teoria, si trattava di passare all’atto, per dirla con Freud, se ne presentava la straordinaria occasione e gli appariva oltremodo odiosa la posizione dei suoi compagni di partito che mostravano di non aver capito l’eccezionalità del momento: «Se non ora, quando?». Altro che mazzi di fiori, Internazionale e bandiere rosse!  Per Lenin non c’era proprio nulla da festeggiare ma un Grande Azzardo da organizzare. «Quando i miei compagni e io siamo arrivati qui», disse Lenin con ironia, «pensavo che dalla stazione saremmo stati portati direttamente alla fortezza di Pietro e Paolo. A quanto pare, ne siamo ben lontani. Ma abbiamo ancora la speranza di non sfuggire, di non evitarla». La “speranza” leniniana fu sul punto di trovare una piena soddisfazione qualche mese più tardi, nel luglio del ’17, quando in risposta al disfattismo antinazionale che i bolscevichi praticarono nei confronti dell’offensiva militare contro i tedeschi lanciata a giugno (e finita in un completo fallimento), il governo guidato dal socialrivoluzionario Aleksandr Kerenskij scatenò una brutale repressione contro i «traditori bolscevichi al soldo del nemico tedesco».
Com’è facile comprendere osservando quegli avvenimenti dalla prospettiva storica, l’arrivo di Lenin a Pietrogrado segnò una svolta decisiva nel processo rivoluzionario in Russia (e in Europa), un vero e proprio salto di qualità che dimostra, tra l’altro, quanto importante sia la presenza della soggettività rivoluzionaria nei momenti in cui il tessuto sociale si lacera profondamente e lascia intravvedere la possibilità di una via d’uscita rivoluzionaria dalla crisi. Per capire la portata dell’evento-Lenin è sufficiente leggere le Tesi d’aprile, pubblicate dalla Pravda il 7 aprile 1917, ma anche le reazioni a queste Tesi. «Il giorno dopo la pubblicazione delle tesi, la Pravda pubblicò una nota della direzione, firmata da Kamenev, in cui si sottolineava che le tesi costituivano soltanto “l’opinione personale” di Lenin, e si concludeva così: “Per quanto attiene allo schema generale di Lenin, esso ci appare inaccettabile, poiché parte dal presupposto che la rivoluzione borghese sia terminata e si basa sull’immediata trasformazione di questa rivoluzione in una rivoluzione socialista”» (4). Come gli rinfaccerà Trotskij nel pieno del “dibattito” (in realtà si trattò di un feroce scontro ideologico, politico e personale) intorno alla possibilità di costruire il socialismo in un solo Paese (un’assoluta bestemmia in termini marxiani), Stalin respinse l’ipotesi leniniana di una dittatura proletaria entro poco tempo come un’utopia, e su questa tesi, che i menscevichi da sempre avevano scagliato contro «l’impaziente e revisionista» posizione leniniana, convergevano tutti i leader del partito bolscevico. «Le tesi di Lenin furono pubblicate a suo nome e solo a suo nome. Le istanze centrali del partito le accolsero con un’ostilità temperata solo da stupefazione. Nessuna organizzazione, nessun gruppo, nessun singolo militante vi appose la sua firma. Anche Zinoviev, che era giunto con Lenin dall’estero, dove il suo pensiero per dieci anni si era formato sotto l’influenza diretta e quotidiana di Lenin, si tirò in disparte in silenzio» (5). Fu allora che apparve chiaro fino a che punto il bolscevismo dipendesse da Lenin per orientarsi in senso rivoluzionario/proletario, e ciò sarà dimostrato sia nei giorni e nelle ore che precedettero la decisione dell’insurrezione, sia nel passaggio dal Comunismo di guerra alla Nuova Politica Economica, quanto, soprattutto, dopo la sua morte (21 gennaio 1924). A mio sindacabilissimo giudizio, il punto di forza e il punto di debolezza del Partito Bolscevico coincidevano proprio nella figura del grande rivoluzionario, il quale aveva ritagliato il bolscevismo a sua immagine e somiglianza, probabilmente senza rendersene conto, nel vivo di un’aspra battaglia politica condotta nel seno del socialismo russo, peraltro condotta in condizioni di “agibilità politica” assai difficili.
Come racconterà il menscevico Skobelev, che considerava Lenin «un uomo assolutamente finito», Kerenskij, allo stupore degli astanti dinanzi alla sua intenzione di far visita a quello che appariva ormai come un cane morto, replicò cosi: «Ma vive in un’atmosfera di completo isolamento, non sa niente, vede tutto attraverso le lenti del suo fanatismo, non ha vicino una sola persona che lo aiuti un po’ ad orientarsi su ciò che accade». Secondo il socialista rivoluzionario Zenzinov, «il suo programma non provocava indignazione, ma era piuttosto oggetto di scherzi, tanto sembrava a tutti stupido e chimerico». Per altri socialdemocratici si trattava nientemeno che del «delirio di un pazzo».
Settario, anarchico, ancarco-sindacalista, pazzo, sradicato, fanatico, stupido, chimerico: così dunque appariva ai capi della socialdemocrazia russa (qui non a caso elido la distinzione tra bolscevichi e menscevichi) il Lenin appena rientrato in Russia. Basteranno solo alcuni giorni perché il piatto della bilancia politico-sociale si spostasse bruscamente nella sua direzione, perché nei momenti di grande crisi sociale il tempo storico accelera in modo straordinario, rendendo possibile ciò che il decorso normale del processo sociale non rende nemmeno immaginale. Nel caso di specie, si trattava della situazione (interna e internazionale) che consentiva all’ancor poco numeroso proletariato dell’arretrata Russia di diventare l’avanguardia della rivoluzione proletaria mondiale; la distinzione geopolitica e storica tra Oriente e Occidente sembrava improvvisamente evaporare sotto la pressione di grandi forze telluriche (6). La dialettica storica è in grado di produrre simili “paradossi”, ma solo un soggetto che pensa dialetticamente, e non linearmente (o schematicamente), è in grado di apprezzare in tutta la loro complessità gli eventi generati dall’accelerazione dei tempi. L’orologio politico di Lenin era perfettamente sincronizzato con gli eventi della sua epoca e, soprattutto, con ciò che essi rendevano possibile hic et nunc; l’orologio della socialdemocrazia russa scandiva invece un tempo lineare che la situazione storica aveva reso non funzionale per un soggetto che si ponesse davvero il problema di afferra al volo tutte le possibilità diventate improvvisamente, ed eccezionalmente, disponibili. Lenin si era allenato lungo tutta la sua vita per farsi trovare pronto all’appuntamento con la crisi rivoluzionaria, per diventare egli stesso parte organica di quella crisi e della sua soluzione – in senso favorevole alle classi subalterne di tutto il mondo. «Perché è proprio questo che distingue nella scienza e nella politica il genio dal semplice routinier. Quest’ultimo è in grado di comprendere e di distinguere solo i momenti immediatamente dati e separati degli eventi sociali. Ma quando vuole pervenire a conclusioni di carattere generale, in realtà non fa altro che estendere in modo astratto particolari aspetti di un fenomeno temporalmente e localmente determinato, assunti come “leggi generali”, e utilizzarli come tali. Al contrario il genio, che ha individuato la vera natura e la tendenza fondamentale realmente viva di una data epoca, la vede agire al di là di tutti gli svariati avvenimenti del suo tempo, e si sforza di definire le questioni decisive dell’intera epoca al di là dei problemi contingenti. […] L’attualità della rivoluzione è l’idea fondamentale di Lenin» (7).
In effetti, nelle sue celebri Tesi d’aprile Lenin pose per la prima volta in termini di scottante attualità la questione del potere politico proletario. Nella seconda delle dieci Tesi si legge: «L’originalità dell’attuale momento in Russia consiste nel passaggio dalla prima fase della rivoluzione, che ha dato il potere alla borghesia a causa dell’insufficiente grado di coscienza e di organizzazione del proletariato, alla sua seconda fase, che deve dare il potere al proletariato e agli strati poveri dei contadini» (8). E ancora: «I soviet dei deputati operai sono l’unica forma possibile di governo rivoluzionario», e lo sono adesso, mi permetto di completare il pensiero leniniano, non tra dieci o vent’anni, ad «accumulazione originaria» conclusa, secondo la teoria degli stadi cara al “materialismo dialettico” di Plechanov: il treno della rivoluzione proletaria passa raramente, e il minimo che possiamo fare è cercare di prenderlo al volo, accettando tutti i rischi che ne derivano. Beninteso, la rivoluzione proletaria aveva per Lenin una dimensione in primo luogo internazionale.
Un abisso «proletario» si aprì insomma tra Lenin e i sostenitori dello sviluppo capitalistico della Russia come presupposto della futura rivoluzione sociale anticapitalista. Per Lenin, invece, il futuro già bussava alle porte, ed egli poteva vederlo entrare sulla scena appunto perché guardava la situazione dal punto di vista internazionale e abbracciando con lo sguardo la totalità dell’epoca storica. Per lui la rivoluzione in Russia era solo un momento della rivoluzione mondiale, e tutti i problemi posti dalla situazione contingente andavano approcciati da quel peculiare punto di vista – il solo che conferiva un carattere autenticamente rivoluzionario alla prassi dei marxisti. La guerra in corso, i contadini-soldati che buttavano le armi  e ritornavano dal fronte per prendersi le terre, un proletariato (anche quello inquadrato nella Marina Imperiale) sempre più radicalizzato, la formazione dei soviet, una borghesia ancora debole e politicamente confusa, sommovimenti nazionali entro i confini dell’ex Impero zarista, un proletariato internazionale che sembrava sul punto di far saltare il dominio capitalistico: per Lenin ce n’era abbastanza da superare, quantomeno nella sua testa, tutte le obiezioni, anche quelle più serie e fondate, che gli sparavano addosso amici e avversari, tutti ormai seduti comodamente sulla teoria secondo la quale la storia, come la natura, non conosce improvvisi salti di qualità : «La volontà non può essere più forte dei fatti materiali!».
Non essendo uno sciocco, né un sognatore, e men che meno un irresponsabile che gioca alla rivoluzione sulla pelle degli altri (9), Lenin sapeva benissimo che il Grande Azzardo era un affare tutt’altro che semplice, anche perché lo aveva studiato a fondo negli ultimi dieci anni, tracciando il bilancio del 1905 (10); ma a quel punto gli sembrò che vi fossero tutte le condizioni per tentare l’impresa, lasciando come sempre alla prassi l’ardua sentenza: se si aspettano le condizioni ideali per rischiare il tutto per tutto, allora è meglio lasciar perdere ogni discorso sulla rivoluzione e dedicarsi ad attività più sicure. La controrivoluzione stalinista (11) non dimostra l’immaturità della rivoluzione proletaria in Russia, ma attesta piuttosto la sconfitta del proletariato in quel Paese e nel resto del mondo – a cominciare, naturalmente, dai Paesi capitalisticamente avanzati, come la Germania, a cui Lenin guarderà con particolare fiducia – e poi, dopo l’Ottobre, con crescente delusione – per scongiurare quell’isolamento dell’esperienza sovietica che egli sapeva benissimo essere in assoluto il peggior nemico del potere sovietico. E di fatti, ciò che non riuscirono a fare le Armate bianche controrivoluzionarie alimentate dall’imperialismo mondiale, battute in campo aperto dall’Esercito Rosso organizzato in fretta e furia da Trotskij, fu in grado di compierlo subdolamente l’isolamento in cui precipitò quel potere.
Sopra ho fatto cenno al giovane Gramsci, alla sua incomprensione degli avvenimenti che nell’ottobre del ’17 portarono al successo il progetto politico dei bolscevichi. Alludo ovviamente al suo celebre articolo pubblicato sull’Avanti! del 24 novembre 1917, dall’inequivocabile titolo La rivoluzione contro il Capitale (di Marx, beninteso). In questo articolo il pensiero gramsciano mostra di essere appesantito da quelle «incrostazioni positivistiche e naturalistiche» tipiche del materialismo adialettico (determinista e meccanicista) che informava la concezione dei partiti che aderivano alla II Internazionale, e che invece l’intellettuale sardo attribuì, del tutto gratuitamente, al pensiero marxiano (12). D’altra parte, se egli avesse conosciuto la storia della socialdemocrazia russa, avrebbe saputo che, come abbiamo appena visto, la prospettiva rivoluzionaria di Lenin si era sempre collegata al processo sociale capitalistico considerato su scala mondiale (di qui, la teoria dello sviluppo ineguale) (13), e che per lui la stessa Russia, per quanto socialmente arretrata, faceva ormai parte del sistema di dominio capitalistico internazionale (14). Ecco perché aveva sempre respinto, almeno in linea di principio, la tesi menscevica dei due tempi (in quanto sequenza storica fissata rigidamente e a prescindere dal quadro internazionale): prima sostenere la rivoluzione borghese, e solo poi, quando le condizioni materiali dell’arretrata società russa si fossero sviluppate in senso pienamente capitalistico, impegnarsi in una rivoluzione proletaria. Per Lenin, invece, la lotta di classe internazionale spinta fino alla rivoluzione sociale permetteva al proletariato d’avanguardia della Russia di tentare «l’assalto al cielo» approfittando dell’ancora debole posizione sociale della borghesia nazionale, e così porsi all’avanguardia di un movimento rivoluzionario che il capo bolscevico aveva sempre considerato, è bene ribadirlo (soprattutto oggi, quando non pochi “marxisti” sono sedotti dall’ultrareazionaria ideologia sovranista), nella sua dimensione internazionale. Per usare uno slogan caro ai glocal del XXI secolo: agire locale e pensare mondiale.
Ed è sul terreno del processo sociale internazionale, che vedrà l’affermarsi della controrivoluzione borghese (in Italia sottoforma di Fascismo) e il rifluire dell’onda rivoluzionaria generata dalla Grande Guerra, che Lenin e il proletariato d’avanguardia della Russia perderanno la difficile partita. Anche le forzature tattiche che Lenin cercherà di imporre ai comunisti che agivano in un contesto sociale affatto diverso da quello che aveva permesso ai bolscevichi di prendere il potere con una facilità che essi stessi giudicheranno sorprendente (15) devono essere lette, a mio avviso, come tentativi volti a superare il grave e alla fine mortale isolamento in cui era finita l’ancor giovane e fragile esperienza sovietica.
Scriveva Edward H. Carr nella sua importante opera sulla Rivoluzione d’Ottobre: «Il trionfo della rivoluzione d’ottobre aveva trovato i bolscevichi ancora divisi circa le prospettive della rivoluzione, e incerti se considerarla democratico-borghese o socialista e proletaria» (16). Questa interessante osservazione ci porta alla scottante questione circa la reale – non ideologica – natura sociale di quello che ho chiamato Grande Azzardo per un verso per rimarcare la straordinaria promessa e l’estremo rischio insiti nella decisione presa dal partito bolscevico orientato da Lenin; e per altro verso proprio per sottolineare il ruolo che la volontà politica giocò in quell’Evento, ossia per esaltare il momento della sfida, della risposta cosciente e politicamente orientata ai fatti oggettivi. Nel mio studio sulla Rivoluzione d’Ottobre ho cercato di elaborare una definizione non statica, per così dire, ma dinamica o, meglio, processuale (17) della natura politico-sociale di quella rivoluzione, natura che non va semplicemente proclamata e sbandierata (magari per darsi un po’ di coraggio), ma compresa, ricostruita e spiegata sul piano storico e su quello politico. Insomma, chi afferma che quella dell’Ottobre ’17 in Russia fu una Rivoluzione proletaria, come io stesso peraltro ritengo, non ha ancora detto nulla di essenziale. Prim’ancora che definita, la Rivoluzione d’Ottobre va capita in tutta la sua complessità storico-sociale e nel suo intimo rapporto con il quadro internazionale del tempo. E soprattutto va compresa la natura sociale del fenomeno che passerà alla storia col nome di stalinismo, il quale non è l’ultima delle cause che spiegano il perdurante stato di impotenza politica delle classi subalterne del pianeta.
Nel suo intervento alla Conferenza di Roma sul – cosiddetto – comunismo (C17, 18-22 gennaio), Slavoj Žižek ha parlato dei «fallimenti delle esperienze comuniste nel mondo». Secondo lui «le rivoluzioni comuniste si sono risolte in autentiche tragedie. […] Lo stalinismo è già incistato nella rivoluzione: nobile negli intenti ma tragico nei risultati. […] La Rivoluzione Culturale fu una tragedia perché non andò contro le burocrazie del partito ma contro gli operai e le comuni (18). [] Occorre ridefinire gli obiettivi del comunismo adeguandoli a una visione del XXI secolo. Lo stalinismo deve essere ancora analizzato». Ho il sospetto che simili perle storico-politiche non aiutino a comprendere la natura dello stalinismo e, ancor meno, a «ridefinire gli obiettivi del comunismo». Certo, si tratta poi di capire cosa hanno in testa certi rifondatori del “comunismo” quando parlano, appunto, di “comunismo” – o di “Comune”. Diciamo che leggendo gli interventi di molti protagonisti della citata Conferenza sul comunismo (Luciana Castellina, Toni Negri, Mario Tronti e molti altri) mi sono rafforzato nell’idea che al cospetto di molti intellettuali sinistrorsi persino un nano può legittimamente sentirsi un gigante del pensiero storico-sociale. Il “processo rivoluzionario” magari non se ne gioverà, ma l’autostima dei nani, o delle formiche (eccomi!), sì.
In questo post mi sono concentrato soprattutto sulla figura di Lenin o, più precisamente, sul ruolo eccezionale che egli ebbe nel Grande Azzardo; spero di ritornare sul tema per lumeggiarne altri fondamentali aspetti – ad esempio, la natura e il ruolo dei soviet.


copertina-scoglio-e-mare(1) «I giornali dei capitalisti, come la Riec e il Novoie vremia, hanno pubblicato articoli contro il nostro viaggio attraverso la Germania, suggerendo con oscure allusioni che i nuovi arrivati potrebbero aiutare gli imperialisti tedeschi. […] È inutile cercare la dignità umana nel mondo dei capitalisti» (Lenin, Due mondi, Opere, XXIV, pp. 21-22, Editori Riuniti, 1966). La propaganda contro «l’amico prezzolato degli imperialisti tedeschi» monterà nel luglio del ’17, insieme alla popolarità di Lenin.
(2) L. Trotsky, Storia della rivoluzione russa, I, p. 322, Mondadori, 1978.
(3) Cit. tratta da N. Suchanov, Cronache della Rivoluzione Russa, 1922, Editori Riuniti, 1967.
(4) E. H. Carr, La rivoluzione bolscevica, 1917 – 1923,   pp. 82-83, Editori Riuniti, 1964.
(5) L. Trotsky, Storia della rivoluzione russa, I, p. 328.
(6) «Non si può vedere la rivoluzione mondiale nella sua intera importanza universale, se la consideriamo solo dal punto di vista dell’Europa occidentale. La Russia non è soltanto la parte orientale d’Europa, ma anche, ed in misura maggiore – non solo sotto l’aspetto geografico, ma anche sotto quello economico e politico – la parte occidentale dell’Asia» (A. Pannekoek, Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e la strategia del comunismo, 1920, in Organizzazione rivoluzionaria e consigli operai, p. 279, Feltrinelli, 1970). La distinzione epocale Est – Ovest riprenderà i suoi diritti quando il momento proletario della rivoluzione in Russia lascerà il posto a quello capitalistico.
(7) G. Lukács, Lenin. Unità e coerenza del suo pensiero, pp. 12-13, Einaudi, 1970.
(8) Lenin, Sui compiti del proletariato nella rivoluzione attuale, Opere, XXIV, p. 12.
(9) Come dimostra il suo atteggiamento responsabile durante le incandescenti giornate di giugno: «Comprendiamo l’amarezza, comprendiamo l’effervescenza degli operai di Pietrogrado. Ma noi diciamo loro: compagni, un’azione diretta, per il momento, non sarebbe ragionevole» (Pravda, 21 giugno 1917).
(10) «Certamente a Lenin non era ignota quella che, col solito senno di poi, potremmo chiamare la “profezia” di Engels, il quale la formulò nel 1853 riflettendo intorno all’arretrata Germania del tempo: “Ho idea che il nostro partito grazie alla indecisa debolezza e alla negligenza di tutti gli altri, sarà obbligato una bella mattina ad andare al governo. Esso allora avrebbe abbandonato gli obiettivi specificamente proletari per obiettivi piccolo-borghesi, poiché avrebbe dovuto combattere per la sua stessa vita. Allo stesso tempo avrebbe dovuto compiere prematuri esperimenti comunisti e balzi in avanti e avrebbe rapidamente ‘perso la testa’” (F. Engels, lettera a Weydemeyer del 12 aprile 1853, in Marx-Engels, Opere, XXXIX, Editori Riuniti, 1972). Non c’è dubbio, la somiglianza con i fatti che si svolgeranno in Russia circa settant’anni dopo è davvero impressionante. E forse non gli era ignota neanche la “previsione” marxiana del 1856: “Tutto in Germania dipenderà dalla possibilità di una qualche riedizione della guerra contadina in appoggio alla rivoluzione proletaria” (Marx, lettera a Engels del 16 agosto 1856, in Marx-Engels, Opere, XL), “previsione” e “profezia” che, tra l’altro, ci dicono come Marx ed Engels avessero preso in considerazione la possibilità di una rivoluzione proletaria in un Paese capitalisticamente arretrato – come effettivamente era la Germania di quei tempi –, com’è d’altra parte logico per una soggettività che vuole “fare” la rivoluzione e ne studia le modalità in rapporto alla concreta situazione storica e sociale» (S. Isaia, Lo scoglio e il mare, p. 77). Questo anche come “risposta” all’articolo gramsciano citato in questo scritto.
(11) Nel mio scritto sulla Rivoluzione d’Ottobre lo stalinismo è presentato come una tendenza storico-sociale oggettiva, non come il prodotto di una personalità dalla mente particolarmente contorta, gravata da piccole e grandi magagne caratteriali, come invece sostenne la nuova leadership sovietica dopo la morte di Stalin: la politica del capro espiatorio da dare in pasto alle “masse” deluse, frustrate e affamate ha sempre funzionato – e anche l’animaccia di Benito Mussolini ne sa qualcosa… Le turbe psichiche, le inclinazioni criminali e le paranoie di Baffone, che naturalmente mi guardo bene dal negare, non spiegano un bel niente e perciò le lascio al gossip storiografico che pensa di poter spiegare tutto – e il suo contrario – a partire dai “lati oscuri” che non mancano mai nella biografia dei grandi personaggi storici. Una controrivoluzione che si afferma come una rivoluzione capitalistica sostenuta sul piano politico da un partito che si proclamava comunista e che formalmente era lo stesso che aveva promosso qualche anno prima la rivoluzione proletaria: ce n’era abbastanza da confondere le idee agli stessi protagonisti della vicenda! Persino Trotskij, colui che mostrò al mondo «come si arma la rivoluzione», e che insieme a Lenin giganteggiò nei terribili anni della guerra civile, non riuscì a comprendere la radicalità del fenomeno  sociale chiamato appunto stalinismo, il quale non solo spazzò via l’elemento proletario della Rivoluzione d’Ottobre, lasciando il processo sociale russo nella completa disponibilità delle forze materiali connesse alla necessità di sviluppare in senso capitalistico la Russia; ma che soprattutto mise il movimento comunista internazionale al servizio della brutale accumulazione capitalistica di quel Paese, nonché, e direi in primo luogo, delle sue forti e storicamente ben fondate (vedi il già segnalato lungo retaggio zarista) aspirazioni di moderna Potenza. La teoria trotskiana del «secondo Termidoro» e della burocrazia sovietica come nuova classe dominante rende evidente, a mio avviso, l’incapacità del grande rivoluzionario (assassinato per ordine di Stalin) di andare oltre la superficie della catastrofe, cosa che in ogni caso, è bene ripeterlo, non si presentava esattamente come un’impresa facile, e in ogni caso a Trotskij va attribuito il grande merito di aver attaccato con coraggio, a rischio della vita (vedi sopra), la ciclopica balla stalinista del «socialismo in un solo Paese», poi codificato come «via nazionale al socialismo», base ideologica di tutte le diverse varianti nazionali di “socialismo”. «Penso, come in passato», scrisse Trotskij nel 1932, «che la nostra rivoluzione può e deve giungere al socialismo dopo aver assunto un carattere internazionale» (La rivoluzione permanente, p. 258, Einaudi, 1975): un’illusione («la nostra rivoluzione» era già morta e sepolta) che tuttavia mostra la straordinaria caratura internazionalista dell’autore di Terrorismo e comunismo.
(12) Un solo esempio: «Si affaccia ora il problema: la comunità rurale russa, questa forma in gran parte disciolta, è vero, della originaria proprietà comune della terra, potrà essa passare direttamente a una più alta forma comunistica di proprietà terriera, o dovrà attraversare prima lo stesso processo di dissoluzione che trova la sua espressione nella evoluzione storica dell’occidente? La sola risposta oggi possibile è questa: se la rivoluzione russa servirà di segnale a una rivoluzione operaia in occidente, in modo che entrambe si completino, allora l’odierna proprietà comune russa potrà servire di punto di partenza per una evoluzione comunista» (Prefazione di Marx ed Engels all’edizione russa del Manifesto del partito comunista, 1882, in Marx-Engels, Opere, VI, p. 663, Editori Riuniti, 1973).
(13) Un saggio di questa «legge» è presente già nell’Ideologia Tedesca: «Secondo la nostra concezione, dunque, tutte le collisioni della storia hanno la loro origine nella contraddizione tra le forze produttive e la forma di relazioni. D’altronde non è necessario che per provocare delle collisioni in un Paese questa contraddizione sia spinta all’estremo in questo Paese stesso. La concorrenza con Paesi industrialmente più progrediti, provocata dall’allargamento delle relazioni internazionali, è sufficiente per generare una contraddizione analoga anche nei Paesi con industria meno sviluppata (per esempio il proletariato latente in Germania, fatto apparire dalla concorrenza dell’industria inglese)» (Marx-Engels, Opere, V, p. 61, Editori Riuniti, 1972). Insomma, la prospettiva internazionale è fin da subito al centro della riflessione teorica e della politica del marxismo (scrivo “marxismo” solo per economia di pensiero), e non poteva essere diversamente.
(14) Nel 1920 Trotskij, polemizzando – non del tutto a ragione – con Herman Gorter, sintetizzò bene il punto di vista internazionalista che allora informava la strategia dei bolscevichi: «Noi riteniamo che l’economia mondiale costituisce un sistema organico definito sulle cui basi si sviluppa la rivoluzione proletaria nel mondo; e l’Internazionale comunista si orienta nell’insieme dell’economia mondiale. … E pertanto lungi dall’escluderle presupponiamo particolarità di sviluppo specifico di ciascun paese e fasi particolari di sviluppo. Ma tutte queste particolarità, per essere valutate correttamente, devono essere esaminate in connessione con la situazione internazionale» (L. D. Trotskij, Risposta al compagno Gorter, p. 108, Savelli, 1970). D’altra parte, Trotskij sbagliò «in modo atroce» nel giudicare il punto di vista del comunista («estremista e infantile») Gorter viziato dal «particolarismo nazionale più angusto», nel momento in cui quest’ultimo obiettò –  giustamente – ai bolscevichi che la tattica che essi proponevano ai comunisti basati in Occidente, mentre «era molto giusta in Russia», mal si adattava, per così dire, alla realtà della lotta di classe e del dominio borghese nei Paesi capitalisticamente avanzati.
(15) «Certi socialdemocratici occidentali esprimono spesso, con un tono di disprezzo, la loro meraviglia per il fatto che i russi “ignoranti” potessero essere i campioni del nuovo mondo del lavoro. Rispondendo ad essi, un delegato inglese alla Conferenza di Amsterdam caratterizzò così, molto giustamente, la differenza: i russi possono essere stati ignoranti, ma i lavoratori inglesi sono così imbevuti di pregiudizi da rendere assai più difficile la propaganda comunista fra di loro. Questi pregiudizi sono soltanto l’aspetto più immediato del modo di pensare borghese, che pervade le masse proletarie d’Inghilterra, di tutta l’Europa occidentale e degli Stati Uniti. […] La concezione borghese del mondo, durante tutti questi secoli di attività materiale e spirituale […] si è innestata profondamente nelle masse proletarie ed ha creato un sentimento di comunità nazionale che si può anche estrinsecare in una mistificante solidarietà nazionale fra le classi e rendere più difficile la formazione di un effettivo internazionalismo». La condizione di impotenza sociale e politica delle classi subalterne del XXI secolo fa letteralmente impallidire quella descritta da Pannekoek nel 1920 (Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e la strategia del comunismo, pp. 247-248).
(16) E. H. Carr, La rivoluzione bolscevica, 1917 – 1923, p. 105.
(17) «Più in generale, è la stessa Rivoluzione d’Ottobre che bisogna concepire come un processo, e non alla stregua di un fatto. Questa puntualizzazione può forse apparire inutile, giacché appare del tutto evidente la natura processuale dell’evento rivoluzionario, il quale non si dà mai in una sola gettata di cemento storico. […] Ciò che conferiva a quella tendenza, a quel processo, un carattere unitario sul piano politico e sociale era la Soggettività politica che si era messa alla testa del movimento sociale, era la volontà politica di un Partito che voleva essere l’avanguardia del proletariato, che voleva gettare scintille rivoluzionarie in ogni parte del mondo (soprattutto in direzione della Germania e della Polonia), che voleva fare avanzare il processo storico verso il socialismo, non importa quanto lunga e tortuosa fosse stata la strada per giungervi. Chi va alla ricerca dei “carati di socialismo” di quella rivoluzione, per saggiarne la “purezza di classe”, mostra di non comprendere il concetto stesso di rivoluzione sociale. In questo peculiare senso ritengo che la natura proletaria dell’esperienza iniziata nell’ottobre del 1917 non sia un fatto, ma un processo. […] Lenin non faceva nulla per imbellettare i provvedimenti concreti presi dal partito bolscevico sul terreno economico e sociale: essi avevano il carattere della necessità e un significato eminentemente strumentale (sempre dal punto di vista del “calcolo di classe”), ed è precisamente per questo che egli si sforzava di mantenerli il più possibile in uno stadio fluido, mosso, sia per poterli sostituire senza eccessive difficoltà con altri provvedimenti più adeguati alla situazione e agli obiettivi da conseguire, sia per mettere a dura prova l’inveterata tentazione di molti teorici del partito a «teorizzare» tutto e il contrario di tutto – Bucharin, ad esempio, eccelleva in questo gioco dottrinario. Sotto questo aspetto, e avendo cura di non trascurare le grandi differenze tra i due “eventi”, vale quanto ebbe a scrivere Marx a proposito dell’esperienza rivoluzionaria parigina del 1871: “La grande misura sociale della Comune fu la sua stessa esistenza operante. Le misure particolari da essa approvate potevano soltanto presagire la tendenza a un governo del popolo per opera del popolo”. […] Per Lenin non era ancora arrivato il momento del bilancio, perché la natura sociale della rivoluzione era immanente alla lotta ed era ancora tutta in gioco, non era cioè qualcosa che si potesse affidare all’indagine sociologica di qualche scienziato “marxista” (ad esempio a Kautsky, o a qualche epigono del defunto Plechanov): essa dipendeva dall’esito della lotta. Lenin intendeva mantenersi sul terreno della prassi rivoluzionaria (la quale, peraltro, presuppone e sviluppa una corrispondente teoria rivoluzionaria), mentre lasciava volentieri ai suoi avversari “marxisti ortodossi” la scolastica, l’astratta riflessione intorno al sesso della rivoluzione» (S. Isaia, Lo scoglio e il mare. Riflessioni sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre (1917-1924), pp. 9-138).
(18) Sulla rivoluzione cinese e sul maoismo rinvio a Tutto sotto il cielo – del Capitalismo e al post Žižek, Badiou e la rivoluzione culturale cinese.