sabato 21 gennaio 2017

Il problema della sinistra di Alfredo Morganti


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La butto lì, così.
Il problema della sinistra, della sua frammentazione, delle sue liti, della sua incapacità talvolta di fare massa, di scivolare verso una sorta di scialo politico e intellettuale, e poi disperdersi in gruppi e gruppuscoli, partiti e partitini sparsi, più sparsi che altro, questo problema che molti segnalano e che ha un suo fondo di verità, dipende a mio parere da almeno due ragioni.
La prima.
Se protagonista della vicenda è un ceto politico sparso, sciolto, inquieto, insicuro, e se questo perde di connessione (non solo sentimentale, ma effettiva, materiale) con i suoi referenti sociali, con le classi, i ceti, i soggetti, il ‘popolo’ (chiamateli come volete) e si ritrova sparuto e spaiato dinanzi a una quota ancorché limitata di seggi parlamentari, intento più a rappresentare se stesso che altro, è difficile, e forse impossibile, che tale ceto non finisca per litigare in modo ultimativo e poi disperdersi (oppure, al più, a formare un gruppo parlamentare dedito a mera attività di comunicazione) – tanto più se il ‘partito’ (in senso forte come intellettuale collettivo e come comunità) ancora non c’è e, a queste condizioni, appare persino difficile e complicato che possa esserci davvero in futuro.
La seconda.
In assenza di una cultura politica, o anche di un suo abbozzo circostanziato, di una forte e diffusa capacità di elaborazione culturale, di un’efficace azione politica da porre a fianco dei saperi e dei contributi tecnici, di un progetto solido di organizzazione della cultura, di un’idea della cultura stessa come risorsa e di una strenua pazienza verso i tempi lunghi della ricerca e dello studio, nonché verso i dibattiti (approfonditi e finanche noiosi), tutto si ridurrà a politicismo, a tatticismo, a cinico pragmatismo, a ‘narrazione’, a politique d’abord, ad assalto piratesco, incestuoso, maggioritario delle istituzioni, a litigio spassionato, a competizione e ad agonismo personale di un ceto politico che vive di vita propria e che pensa la politica stessa appena come marketing, opportunità, comunicazione, fedeltà, carriera. Di qui lo scontro, inevitabile, tra gruppi e clan che conoscono solo i termini della fedeltà, della carriera istituzionale o aziendale, dell’ambizione sfrenata.
Ecco.

Un parricidio compiuto recensione di Carla Maria Fabiani


klimt117Roberto Finelli: Un parricidio compiuto. Il confronto finale di Marx con Hegel, Jaca Book, Milano 2014, pp. 404, ISBN 978-88-1641-286-6.
Il libro di Roberto Finelli, a dieci anni di distanza, completa e conclude Un parricidio mancato. Hegel e il giovane Marx (Bollati Boringhieri, Torino 2004), recentemente tradotto per Brill1 e finalista al Deutscher Memorial Prize 20162. I due testi non possono essere letti isolatamente, se non altro perché il secondo si configura come il naturale traguardo teorico preparato dal primo, attraverso una revisione del fallimento a cui Marx perviene – già nel 1843 con la Critica del diritto statuale hegeliano3 – nel suo tentativo di critica alla logica e alla filosofia politica hegeliana.
Nel primo testo veniva esaltata l’originalità e la superiorità teorica del Geist hegeliano di contro l’antropologia giovanil-marxiana, tutta improntata sul modulo feuerbachiano del genere umano e dell’alienazione, ovvero del rovesciamento soggetto/predicato. Un’antropologia fusionale e presupposta al concreto sviluppo storicamente determinato dei rapporti sociali fra gli uomini. Finelli al proposito parlava addirittura di «regressione antropologica» rispetto allo spirito hegeliano che – lungi dall’indicare una dimensione di trascendenza ovvero metafisica – è il risultato di un preciso processo storico culturale di mediazione fra bisogni materiali e bisogni di riconoscimento; fra produzione materiale e produzione simbolica; fattori calati entrambi a pieno titolo nella modernità, un’età fatta di scissioni, contraddizioni, aporie, per le quali Hegel propone una sua soluzione complessa, sistemica, innanzitutto fondata kantianamente su un’idea di libertà e di emancipazione, che tenga conto del diritto insindacabile dell’individualità, da coniugarsi però con quello dell’universalità, prioritariamente sul piano etico-politico. D’altronde, quale altro potrebbe essere il senso complessivo della Fenomenologia dello spirito del 1807?
«La tesi di fondo della mia ricostruzione [propone] una lettura del rapporto tra Hegel e il primo Marx segnata da una permanente e strutturale subalternità del giovane intellettuale rivoluzionario al grande filosofo di Stoccarda. [...] la sostanza di quel nesso tra Hegel e il primo Marx si risolverà sostanzialmente in un atto mancato, in un parricidio mancato, e nel confronto asimmetrico tra due antropologie».
Comprendere i forti limiti dell’antropologia del primo Marx, comprendere le potenzialità dell’antropologia hegeliana, nonché i difetti dello speculativo, comprendere, infine, il senso di una necessaria riattualizzazione della marxiana critica dell’economia politica, sono tutti insieme i compiti teorici che il testo di Finelli si propone di portare a termine, riuscendo per altro brillantemente nell’intento.
L’Autore a tal proposito insiste sulla circolarità logica del Geist di contro all’immediatezza ingenua e falsamente materialistica della Gattung. L’incrocio di una dimensione verticale con una dimensione orizzontale costituisce propriamente il Geist, la soggettività fenomenologica hegeliana, che si identifica con sé nel modo o nella forma di un attraversamento interno ed esterno dell’alterità. La soggettività è un processo di autoidentificazione, che si presuppone come già dato in una dimensione unilaterale della realtà, la quale, invece, ne comprende anche un’altra ad essa complementare. E così il ciclo, almeno momentaneamente si chiude. Paradigmatico al proposito il male e il suo perdono, il riconoscimento finale del sesto capitolo della Fenomenologia dello spirito messo in scena da Hegel, che andrebbe a completare il mancato e premoderno riconoscimento servo/padrone dell’autocoscienza. Questo punto della filosofia di Hegel -cioè il Soggetto come Geist -è il lascito più prezioso e originale che abbiamo ereditato dal filosofo di Stoccarda. E che non può in ogni caso essere ignorato da chi voglia riflettere sulla nozione e sul tema del soggetto.
In altri termini, Hegel ha visto bene che la soggettività si presuppone come tale, ponendosi negativamente nei riguardi di quell’alterità che le è invece consustanziale e immanente. Tuttavia, Finelli sottolinea che nello speculativo – soprattutto nella Scienza della logica – la negazione, e insieme ad essa la contraddizione, viene a ricevere un’accezione solo linguistica, trascurando al contrario la potenza psichica del negativo, cioè la potenza della rimozione. «È in questa sovradeterminazione della contraddizione, tra logica e antropologia», dice, «che sta dunque il lato più debole della filosofia di Hegel. [...] Le difficoltà del giovane Hegel di trovare risposte soddisfacenti in una dinamica pratica alla sua esigenza di radicalizzazione della libertà moderna lo obbligano a una risoluzione a dominanza teorica».
Sulla base di questo snodo teoretico – il rapporto Geist e menschliche Gattung – si gioca tutto il confronto storico filosofico fra Hegel e il giovane Marx, attraverso l’analisi critica e per certi versi spietata di tutti quei sofferti passaggi che manifestano una mal sopportata sudditanza del giovane Moro nei confronti di Hegel.
Nel secondo testo – Un parricidio compiuto – la posta in gioco si fa più alta, anche perché Finelli si propone di scardinare ulteriormente la coppia Feuerbach-Marx, al fine di restituire un rapporto Hegel-Marx assolutamente inedito nella letteratura critica hegelo-marxista novecentesca. Passando dalla supremazia della contraddizione – quale cifra inconfondibile della dialettica hegeliana – alla supremazia dell’astrazione, sulla quale il Marx del Capitale avrebbe poi superato il maestro. Si tratta inoltre di sferrare un colpo decisivo al cosiddetto postmoderno, che in sostanza rinunciando a Hegel, per dirla con Ricoeur, avrebbe rinunciato – coinvolgendo paradossalmente anche quello che Finelli chiama il marxismo senza capitale – al Marx maturo ovvero al Marx della critica dell’economia politica.
Il percorso però, se interpretiamo bene, non vuole essere lineare e nemmeno definitivo. Finelli intende far emergere i forti limiti dell’antropologia marxiana (giovanile ma anche della maturità), le grandi potenzialità dell’antropologia hegeliana, a sua volta non sempre scevra da arretramenti storici o forzature logiche, per poi ritornare su Marx, sul Marx del Capitale, con l’obiettivo di rintracciare fra le righe e nelle trame inconsce di quel testo incompiuto, la possibilità per la teoria marxista di rifondare un rinnovato paradigma antropologico, postliberale e postcomunista4.
L’Autore si rivolge poi, per complicare ulteriormente il quadro, a una antropologia che, insieme alla coppia Hegel-Marx, faccia tesoro del fattore Freud, ovvero proprio della psicoanalisi freudiana, in quanto portatrice di una forma di riconoscimento individuale – il riconoscimento pulsionale, del corpo, prelinguistico, extralinguistico – non presente in Hegel, piuttosto riconducibile alle riflessioni di Spinoza.
Procediamo allora per tappe, semplificando di molto l’argomentazione di Finelli e cercando al fine di rintracciare l’esito propositivo della sua lunga analisi critica.
Innanzitutto, il rapporto con Feuerbach non appartiene solo al Marx giovane ma si protrae, creando seri danni, anche all’altezza della concezione materialistica della storia. «Malgrado l’abbandono esplicito e dichiarato di ogni presupposizione onto-antropologica del Gattungswesen, è pur vero […] che tutta la filosofia della storia che Marx costruisce […] attraverso l’iterazione della sola categoria della “divisione del lavoro” continua ad essere manifestamente concepita secondo la metafisica feuerbachiana di soggetto e predicato». Viene cioè da Marx presupposta tutta la compiutezza generico-collettivistica dell’homo faber che, tramite l’automatismo della separazione fra prassi materiale e produzione ideologica, ulteriormente radicalizzata poi nella dicotomia fra struttura e sovrastruttura, forze produttive e rapporti di produzione, genera al dunque una indebita alienazione e perdita di sé, da parte della soggettività fabbrile, proprio nel predicato dei rapporti di proprietà/produzione, i quali, autonomizzandosi dal soggetto autentico e incaricato a fare la storia, ostacolano e contraddicono il suo naturale sviluppo verso il meglio e l’universale.
Tale principio generico di stampo feuerbachiano consegnerà «all’immaginario della futura politica comunista e operaia il mito ingannevole […] di un comporsi facile delle condizioni di vita e delle forme di coscienza delle classi lavoratrici nell’unità di una soggettività collettiva e solidale». Genere, homo faber e proletariato moderno, nel loro intrinseco carattere solidale collettivo e comunitario, realizzano materialmente lo sviluppo inarrestabile delle forze produttive, che dovrà portare al comunismo, come superamento rivoluzionario degli ostacoli rappresentati dai vecchi rapporti capitalistici e privatistici di proprietà.
È il regno della libertà che pur sempre proviene e si costruisce a partire dal regno della necessità. Ma, secondo Finelli, saremmo con ciò di fronte più che a una filosofia della storia, a una mitologia dai tratti nemmeno troppo originali, con l’aggravante che, tale assunzione originaria e mitologica di una identità senza tensioni e differenze interiori, viene poi trasferita da Marx al proletariato come classe dell’emancipazione universale, proprio in quanto esclusa dalla proprietà privata e con ciò capace di identificarsi senza residui con l’intera umanità. D’altra parte, il materialismo storico si confuta da sé, in quanto teoria volta alla svalorizzazione assoluta del teorico a favore del pratico: «il che significa che il marxismo, nel momento in cui ha preteso, come materialismo storico, di affermare la legge del conoscere come un’astrazione dall’agire lavorativo, si è costituito contraddittoriamente come un’eccezione della legge stessa».
Per arrivare però a quel «parricidio compiuto» che Marx opera finalmente nei confronti di Hegel, e che segna l’uscita dallo stato di minorità nel quale il Moro si trova fin da giovane e in parte anche negli anni Cinquanta e oltre, occorre focalizzare il concetto chiave di forza-lavoro e di lavoro astratto. Entrambe le categorie, fra loro evidentemente connesse, originano non da una presupposizione metastorica che si erge a principio di spiegazione nonché principio di trasformazione della realtà storica, ma proprio dal processo storico sociale che caratterizza il moderno:
«Nella modernità il sistema forza lavoro-macchina produce quella particolare forma del lavoratore che consiste nel lavoro astratto [dove] astrazione qui è sinonimo di un lavoro del tutto normato e normalizzato […] eliminazione di ogni forma artigianale del lavorare; superamento, nella tecnologia della grande industria […], dell’organizzazione […] immediatamente precedente».
Già a partire dai Grundrisse Marx mette in campo un concetto di lavoro che abbandona l’impianto teorico dell’Ideologia tedesca insieme alla troppo semplice e ormai inservibile categoria della divisione del lavoro di stampo hegelo-smithiano, che ha il torto di restituire una concezione assai ingenua del divenire storico, del progresso e della macchina in quanto strumento. È ora il sistema macchina-forza lavoro a costituire la cellula fondamentale della società moderna e il luogo massimo di produzione del lavoro in quanto astrazione reale. «Qui astrazione significa propriamente, non negazione di un’essenza universale dell’essere umano, con la rinuncia alle sue capacità universalgeneriche, bensì, all’opposto, cancellazione di ogni carattere individuale e personalizzato dell’agire. […] Ossia astrazione, più specificamente, significa, insieme, svuotamento dell’interiore e sovradeterminazione dell’esteriore». Questa è di fatto l’astrazione reale posta e scoperta da Marx come nucleo fondativo del Capitale, come principio della produzione capitalistica capace di svuotare la pratica umana del lavoro da ogni concretezza determinata e, al tempo stesso, in grado di occultare questo stesso processo storico-sociale con la superficie delle invarianti dell’agire naturalistico.
Il passaggio assai delicato intrapreso da Marx a questo punto, in modo per altro non sempre lucido e definitivo, si compie in virtù del fatto che viene accolta pienamente la concezione hegeliana della scienza come circolo del presupposto-posto, secondo cui il farsi della realtà-verità risponde al movimento dialettico messo in atto dal soggetto autocosciente, in grado di interiorizzare progressivamente l’alterità ovvero di negare se stesso nonché l’iniziale immediata e perciò fallace identificazione con sé, concepita libera da interferenze. La realtà, che viene posta come risultato del processo di interiorizzazione/alterazione dell’identità, risulta perciò riprodotta ad un livello di maggiore complessità e relazionalità.
Tuttavia, il Marx del Capitale mette in campo categorie dialettiche radicalmente distanti da quelle del maestro: se per Hegel la contraddizione tramite negazione avviene a partire dalla frattura logico-metafisica Essere/Nulla, che va via via ricomponendosi e mediandosi; per Marx la scissura originaria della realtà si consuma attraverso la contrapposizione fra Concreto e Astratto, a partire dalla ambivalenza oppositiva fra valore d’uso e valore di scambio, presente nella merce come cellula semplice della moderna società borghese. Il mondo economico moderno esibisce un dualismo strutturale, non componibile: da una parte; il mondo variopinto di cose ed esseri umani con i loro multiformi bisogni soddisfatti tramite prassi relazionale storicamente e culturalmente differenziata e articolata, volta alla produzione di oggettività utile alla soddisfazione del bisogno concreto; dall’altra, una dimensione astratta fatta di mera ricchezza quantitativa, il cui movimento di espansione ed accumulazione viene posto in essere da una prassi umana altrettanto impersonale ed astratta.
«È qui dunque che si compie, nel suo luogo più proprio, il parricidio del Marx della maturità nei confronti di Hegel e del suo sistema filosofico. Non nel suo rifiuto radicale […]. Bensì nell’accoglimento, senza residuo alcuno, del modello di scienza e di metodo conoscitivo che Hegel ha elaborato […]. Così il circolo del presupposto-posto in Marx è analogo e, insieme, profondamente diverso da quello hegeliano».
Ciò che fa la differenza è di fatto la sostituzione della categoria della negazione con quella dell’astrazione reale. Se la negazione dà vita a una dimensione ontologica articolata fondamentalmente sulla contraddizione; l’astrazione organizza il reale secondo il modo dello svuotamento dell’interno e della sovradeterminazione della superficie. L’astrazione reale del capitale – produzione allargata di ricchezza astratta e impersonale – colonizza il concreto dall’interno, omologandolo e assimilandolo alle sue leggi; lasciandone con ciò al tempo stesso solo la figura estrinseca e residuale, la silhouette più superficiale, che rimane paradossalmente l’unico campo concreto, tangibile e visibile dell’esperire umano. Tutta la produzione e accumulazione di ricchezza astratta del capitale e il rapporto di dominio che si instaura a livello produttivo, viene messa in scena attraverso un operare di esseri umani, di tecnica e di forze naturali concrete, dietro le quali si nasconde e si dissimula quell’astratto, il soggetto non antropomorfo del moderno, che produce e riproduce se stesso riproducendo tutti i propri presupposti di dominio, di sfruttamento della forza-lavoro e svuotamento del concreto, ma restituendo di sé l’immagine variopinta e concreta del mondo libero interdipendente ed eguale della circolazione di merci e di uomini.
Secondo Finelli, la critica dell’economia politica marxiana ci restituisce, come una sorta di «memoria del futuro», ciò che dagli anni Ottanta del Novecento ai nostri giorni si è realizzato in termini di rivoluzione nelle innovazioni tecnologiche e nello sviluppo produttivo, ovvero in una parola il passaggio dal fordismo al postfordismo: «Insomma un transito epocale dal materiale all’immateriale, simboleggiato dal computer e dal fatto che la conoscenza sarebbe divenuta la principale forza produttiva di creazione della ricchezza. Tanto da potersi definire tale genere di società postindustriale, che avrebbe conclusa quella moderna per dar vita a una nuova formazione storicosociale, la società appunto del postmoderno».
In tale rivoluzione tecnologica si nasconde proprio l’effetto deformante essenza/apparenza, contenuto/contenitore, descritto sopra, per il quale il nuovo lavoratore, predisposto mentalmente a interiorizzare il comando della macchina, senza che appaia traccia di costrizione esterna, si confronta con un apparato tecnico la cui natura linguistica ne fa per definizione un’alterità dialogica, collaborativa, addirittura fonte di creatività. A questo punto, l’ideologia del postmoderno, sintetizzabile nella formula «L’Essere è linguaggio», secondo cui non c’è pressoché nulla di oggettivamente vero né di pensabile in via sistematica, viceversa tutto è segno interpretabile attraverso segni, si adatta perfettamente al postfordismo – così come nelle celeberrime pagine della Fenomenologia dello spirito il linguaggio della disgregatezza si adeguava perfettamente al mondo liberale della ricchezza – in quanto specificamente prodotto sulla base di quella rinnovata modalità produttiva che, oltre alla materialità delle merci, è in grado di generare direttamente anche il simbolico.
Ed è proprio a quest’altezza della sua lunga e articolata riflessione che Finelli introduce il fattore Freud. Cioè introduce il tema della rimozione del corporeo, del pulsionale, dell’individuale irripetibile, che è stata condotta a termine proprio da questa modalità produttiva. L’eclissi del corpo, l’anaffettività, la rimozione della dimensione emotiva: tutti fattori che caratterizzano quello che Finelli ritiene ormai definibile come l’età dell’ipermoderno: «Nella nostra ipotesi, un nuovo materialismo non potrà che ripartire da qui: dal riconoscere il corpo all’origine di ogni operazione pensante e dunque dalla natura una e bina dell’essere umano, dove l’Uno è il Corpo e Bina è la Mente, in quanto psichicità che deve, possibilmente, provvedere a prendersi cura, e a elaborarli per poterli soddisfare, i bisogni della fisicità».
Al di là dell’evidente declino tutt’ora in atto della metafisica destrutturalista postmoderna, la filosofia dovrebbe ripartire dalla specificità irripetibile dell’animale/uomo, cioè dall’ambivalenza mai sintetizzabile in via definitiva fra mentale e corporeo, ovvero fra asse verticale dell’individuazione e asse orizzontale della socializzazione. Il progetto decisamente utopico di rifondazione di un nuovo materialismo antropologico, che Finelli mette in campo, dovrebbe pertanto fare tesoro di una concezione emancipatrice e liberatoria fondata innanzitutto sulla valorizzazione della radice corporea ed emozionale dell’individualità, lasciando poi cadere, come ormai inservibile, il marxismo della contraddizione e recuperando invece il marxismo dell’astrazione.
Il paradigma del riconoscimento di stampo hegeliano insieme alla psicoanalisi di stampo freudiano vengono fatti interagire al fine di fondare una «prassi a doppia uscita», laddove il lavoro destinato a produrre l’oggetto includerebbe il lavoro volto a riconoscere il mondo-ambiente, nonché l’intero genere umano, come fonti e limiti al tempo stesso di una soggettività sottratta alla manipolazione di sé e dell’altro. L’obiettivo teorico più generale, tutto da costruire beninteso, sarebbe allora quello di coniugare felicemente «il materialismo dell’economia libidica con il materialismo della critica dell’economia politica, emendata però da ogni filosofia e metafisica della storia».
Il testo di Finelli, in conclusione, potrebbe essere interpretato come un rilancio di stampo decisamente hegeliano di quella dimensione soggettiva del Geist che, lungi dall’essere il luogo dell’arbitrio individuale, del singolo ut sic, espone tutto il dualismo e l’ambivalenza, anche aporetica, nella quale viene a trovarsi la natura dell’uomo, il Proteo che sempre si trasforma. In questo senso, la coppia con Freud non può che essere d’obbligo. D’altra parte, Finelli tradisce Hegel, ossia esattamente l’intento sistematico della filosofia hegeliana, per la quale la dimensione soggettiva non può essere scissa da quella oggettiva del diritto, della morale e della politica. La filosofia appunto configurandosi come lo sguardo sintetico superiore che deve abbracciare entrambe.
Anche con il Moro di Treviri, ma ancora di più con il «marxismo senza capitale», Finelli sembra fare i conti in via quasi definitiva. Da rifiutare è certamente a suo avviso l’idea di prassi fondata sulla contraddizione/lotta di classe. Sarebbe quest’ultima una metafisica o una ingenua filosofia della storia, che non si avvede del fatto che il soggetto della modernità, il soggetto che fa la storia, non è esattamente e propriamente un soggetto (una classe, un ceto, un gruppo di potere, lo Stato, ecc.), ma un oggetto, ovvero nient’altro che una cosa: das Kapital.
Il rilievo critico, quello che sorge spontaneo al lettore interessato e catturato dalla disamina assai articolata offertaci dal testo, è la problematicità dell’esito cui giunge Finelli. La proposta di un materialismo rinnovato dalle fondamenta, che abbia forza pratica oltre che teorica, si prospetta in termini utopici, senza però che vi sia l’individuazione di una soggettività, qui ed ora, in grado di sopportare la fatica, tutta da misurare, di costruire un futuro di liberazione, che appare oggi assai sfumato, di là da venire, sfuggente e indeterminato.

Note
R. Finelli, A failed parricide. Hegel and the young Marx, Brill, London 2016.
2 Cfr. http://www.versobooks.com/blogs/2736-2016-deutscher-prize-shortlistannounced.
3 K. Marx, Critica del diritto statuale hegeliano, trad. e comm. di R. Finelli e F.S. Trincia, Edizioni dell’Ateneo, Roma 1983.
4 Cfr. “Una libertà post-liberale e post-comunista”, in: R. Finelli, Tra moderno e postmoderno, PensaMultimedia, Lecce 2005, pp. 319-345; cfr. la recensione in “Dialettica e Filosofia”, http://www.dialetticaefilosofia.it/scheda-dialetticasaggi.asp?id=37].
Pubblicato su "Materialismo Storico. Rivista di filosofia, storia e scienze umane”, E-ISSN 2531-9582, n° 1-2/2016, dal titolo "Questioni e metodo del Materialismo Storico" a cura di S.G. Azzarà, pp. 347-354. Link all'articolo: http://ojs.uniurb.it/index.php/materialismostorico/article/view/617
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I tempi lunghi della sinistra per uscire dal ghetto di Alberto Burgio


Ci sono tutti gli ingredienti per considerare questo un momento delicato, se non proprio cruciale. Da una parte c’è un governo precario, nato, stando all’ufficialità, per fare la legge elettorale e portare il paese alle urne, benché la missione sia un’altra.
Quella di far decantare la batosta del referendum e far maturare il diritto al vitalizio per i parlamentari in carica. Dall’altra, la sinistra sembra nuovamente in grado di svolgere un ruolo, benché frammentata tra le anime belle della minoranza Pd (un paradigma di subalternità) e il cantiere in perenne ristrutturazione della cosiddetta sinistra radicale, paralizzata dall’eterno dilemma tra intransigentismo e realismo.
Si capisce che ci si interroghi su come trarre vantaggio dalla congiuntura, ma come stanno le cose? È davvero ragionevole attendersi sviluppi positivi?
Facciamo come al cospetto di un dipinto di grandi dimensioni, indietreggiamo per cogliere la scena nel suo insieme. Sul piano sociale, una crisi sempre più severa: poco lavoro (e sempre più precario e mal pagato); quindi diffusa povertà, mentre lo Stato sociale (ma anche la scuola e l’università, per non dire del territorio e delle infrastrutture) fa acqua da ogni parte. Né potrebbe essere altrimenti, con buona pace del ministro Padoan novello critico dell’austerity, visto che – al netto della crisi mondiale – su nessun altro paese «avanzato» grava (protetta da tutti i governi) una manomorta strutturale come quella costituita in Italia da corruzione, evasione ed elusione fiscale; e dato che nessun paese industriale può permettersi una cronica mancanza di politiche industriali e di investimenti nella ricerca tecnologica.
Sul piano politico, una crisi verticale della rappresentanza alimenta l’astensionismo e fa la fortuna di imprenditori della protesta capaci di incanalare il risentimento dentro una generica critica del sistema. È questa una situazione non priva di pericoli ma in teoria ottimale per la sinistra, perché cosa c’è di più fecondo di una crisi che nasce dalla sofferenza del mondo del lavoro e che nessuna forza conservatrice è in grado di affrontare? Eppure la sinistra nel suo intero, dentro e fuori il Pd, raccoglie oggi forse un 10% dei consensi. Quindi da una domanda bisognerebbe partire, al di là delle scelte tattiche o di convenienza: perché questa persistente marginalità che non accenna a venir meno, che anzi si stabilizza e tende ad apparire inevitabile?
Propongo due risposte, inevitabilmente sgradevoli, che riguardano le due componenti della sinistra.
Per quanto concerne la crisi della sinistra Pd penso che essa rifletta le sue enormi responsabilità nel disastro abbattutosi sul lavoro in questi trent’anni. Il problema non è che Bersani e D’Alema non critichino l’Europa nemmeno quando ammettono di essersi sbagliati sul conto della globalizzazione neoliberale. È che questa autocritica è superficiale e di facciata. Spieghino quali furono le cause (ideologiche e politiche) di quell’errore e quali, soprattutto, le sue conseguenze (politiche e sociali). I loro silenzi mostrano che siamo lontani anni luce dal superamento di una prospettiva che ha disancorato la parte maggioritaria della sinistra italiana dal conflitto sociale, o meglio: che l’ha di fatto schierata dalla parte del grande capitale, privando il paese di un’efficace forza di opposizione radicata nel mondo del lavoro.
Quanto alla sinistra «radicale», reca anch’essa serie responsabilità. Che risalgono in parte agli anni Novanta (quando le scissioni del Prc uccisero la speranza di contrastare efficacemente la Bolognina) ma che perdurano: che concernono l’incapacità di rinnovarsi (nonostante la lunga sequenza di sconfitte) ed evocano gli spettri del settarismo (il male antico della litigiosità interna) e del carrierismo.
Tutto questo per dire che la sinistra italiana è marginale (a guardar bene dalla fine del Pci) e tale resterà nonostante sussistano in linea di principio le premesse per una riscossa.
Nel Pd non succederà nulla, ma soprattutto, anche in caso di scissione, che cosa ce ne faremmo di un Bersani e della sua scuola? Non succederà nulla neanche a sinistra del Pd, dove tutte le manovre in corso alludono al perpetuarsi della situazione attuale, con un drappello di parlamentari intenti a esercitare il «diritto di tribuna» nel teatro politico. Il che non solo giova a poco (salvo che a un’infantile nostalgia identitaria) ma, come ogni finzione, sortisce anche effetti perversi.
C’è un’alternativa? Si potrebbe fare qualcosa per uscire da questo ghetto? Nell’immediato probabilmente no. Non basta la buona volontà per lasciarsi alle spalle una distruzione sistematica e capillare. Sarebbe tuttavia già un passo avanti riconoscere che la sinistra in Italia (come in tutta Europa) risorgerà solo se e quando una nuova leva di animali politici nascerà direttamente nei luoghi del disagio sociale e del conflitto, lungo i confini fisici e simbolici delle nostre città.
ALBERTO BURGIO

martedì 17 gennaio 2017

Il triste tramonto dell’eredità del movimento operaio in Italia e la crisi della sinistra politica

di Stefano G. Azzarà

1991-2016

Conclusa la Guerra Fredda, nel 1991 si concludeva anche la parabola settantennale del PCI, giunto allo scioglimento al termine del XX congresso. Grazie all’iniziativa di alcuni esponenti storici di quel partito - Libertini, Salvato, Serri, Garavini, gli ex PdUP Magri e Castellina e diversi altri - ma soprattutto grazie al tempestivo lavoro sotterraneo del leader storico della corrente “filosovietica” Armando Cossutta, nello stesso anno nasceva però il Movimento e poi il Partito della Rifondazione Comunista (PRC). Al primo nucleo dei fondatori, che nonostante la notevole diversità negli orientamenti faceva per lo più riferimento alla Casa Madre di via delle Botteghe Oscure, si sarebbe presto unita una piccola pattuglia proveniente da Democrazia  Proletaria.

Non è il caso di ricostruire nei dettagli le vicende di questo partito. Ricordo però le prime riunioni semiclandestine e la concitata campagna per le elezioni regionali siciliane, dove fu per la prima volta presentato il simbolo e dove il PRC raccolse un sorprendente 6%. Ricordo inoltre come nei primi anni esso riuscisse a riscuotere il consenso di quella parte dell’elettorato ex PCI che non aveva condiviso il mutamento di nome e soprattutto la ricollocazione politica della tradizione comunista italiana, raggiungendo percentuali importanti in particolare nel Nord Italia industriale (con dati superiori al 10% in città come Milano e Torino). A dimostrazione del fatto che, a prescindere dalle nomenclature, esisteva ancora in quel momento tra i lavoratori salariati e nei ceti medi riflessivi uno spazio politico praticabile per una sinistra intenzionata a non allinearsi allo spirito dei tempi.

Dopo 25 anni, nel corso dei quali ha partecipato in via diretta o indiretta ai due governi di centrosinistra guidati da Romano Prodi e ha sostenuto un’infinità di coalizioni negli enti locali, il PRC è oggi sostanzialmente scomparso. Corresponsabile di scelte antipopolari - che dal famigerato Pacchetto Treu in avanti erano state motivate con la necessità di fermare un fantomatico “fascismo berlusconiano” ma che hanno clamorosamente aumentato il divario tra i ceti più forti e quelli più deboli -, ha perduto i propri militanti e simpatizzanti e non è più in grado di presentarsi alle elezioni in maniera autonoma con il proprio nome e simbolo. E almeno dal 2008 – da quando è stato estromesso dal Parlamento nazionale per il mancato superamento del quorum elettorale da parte del rassemblement della Sinistra Arcobaleno - ha esaurito ogni capacità propositiva ed è rimasto tagliato fuori dal dibattito politico e culturale del paese.

Ridotto a poco più di un logo, ovvero a un franchising di gruppuscoli locali che sopravvivono quasi soltanto sui social network (a parte poche realtà che resistono nel mondo reale con infiniti sforzi di volontarismo), esso sembra del tutto incapace di rigenerarsi, ostaggio di quella sorta di segretario a vita per mancanza di alternative che è il suo leader Paolo Ferrero. Il quale, dopo aver sempre sostenuto la linea delle alleanze con il PDS-DS-PD ed essere stato Ministro al Nulla dal 2006 al 2008, non può possedere certamente oggi, nell’epoca delle contrapposizioni frontali, la credibilità necessaria per parlare con i ceti popolari e per assicurare una ragion d’essere alla propria comunità politica.

Un contesto impossibile

Perché è avvenuto tutto questo? Come è stato possibile che in un tempo relativamente breve un intero capitale di idee, passioni e impegno militante, costruito con fatica e sacrifici da uomini e donne che avevano cercato di mantenere un filo di continuità politica con la storia del movimento operaio, sia stato dilapidato in maniera così ignominiosa e nell’indifferenza generale? Come è accaduto che un partito che in certi momenti ha avuto anche un ruolo significativo si sia frantumato in una decina di sigle, tutte altrettanto rissose, insignificanti e innocue, spalancando un’autostrada che ha consentito al Movimento 5 Stelle di sfondare anche a sinistra?

Non esistono responsabilità univoche. Perché la situazione oggettiva di quella fase, che era determinata da una sconfitta storica delle classi subalterne al termine di un lungo conflitto nel quale la dimensione internazionale si era intrecciata alle vicende nazionali, era così disperata che la sfida della ricostruzione di un partito comunista alla fine del XX secolo sarebbe stata troppo ambiziosa anche per le posizioni soggettive migliori, anche – per paradosso - per un Togliatti redivivo. Una sfida impossibile, dunque. Tanto che la domanda giusta da porre è semmai proprio quella opposta: come è stato possibile, cioè, che una forza che non ha mai prodotto innovazioni significative e che non è mai stata all’altezza della sfida contenuta nel proprio nome (“Rifondazione”) abbia potuto vivere di rendita ancora per vent’anni dopo la fine del comunismo storico?
La realtà è che la tradizione comunista era così radicata in Italia che anche questo mezzo miracolo e stato possibile. Tanto che per certi aspetti in questo paese solo oggi viviamo fino in fondo le conseguenze della caduta del Muro di Berlino.

C’è poi un altra questione oggettiva di cui tener conto. I processi di concentrazione del potere in favore degli esecutivi e a detrimento dei parlamenti e della rappresentanza, processi che dalla fine degli anni Settanta riguardano tutto il continente europeo e che dopo la caduta del Muro avrebbero assunto le forme di un inedito neobonapartismo mediatico e spettacolare, non sono attecchiti in Italia con la stagione del “decisionismo” guidata dal leader del PSI, Bettino Craxi, ma contro costui e con l’introduzione del sistema elettorale maggioritario uninominale nel 1991. E cioè con la cancellazione del sistema proporzionale puro che aveva orientato il campo politico italiano dalla fine della Seconda guerra mondiale e per gravissima responsabilità del PDS, il partito nato dalle ceneri del PCI. Il quale, vedendovi una scorciatoia tecnica che avrebbe aggirato il moderatismo strutturale del paese costringendo i partiti di centro ad allearsi e a portare al governo gli ex comunisti, aveva avallato un referendum completamente sbagliato. Un referendum del quale paghiamo ancora oggi le conseguenze e che, lungi dal preparare una modernizzazione del sistema politico, rientrava semmai nella lunga tradizione del sovversivismo delle classi dirigenti italiane.

Questa circostanza ha fatto sì che, ancor prima di definire un proprio programma, Rifondazione Comunista diventasse in maniera consustanziale l’ala sinistra del centrosinistra. Una forza destinata per ragioni sistemiche a coprire sempre e comunque il fianco “radicale” dell’alleanza con la sinistra moderata e le sue politiche di neoliberalismo temperato, e dunque destinata a rimanere priva di sostanziale autonomia oppure a perire. Tanto che, puntualmente, questo partito è evaporato nel momento esatto in cui, con la nascita del PD, Walter Veltroni ha posto fine alla stagione delle larghe alleanze di centrosinistra su scala nazionale.

Un profondo deficit culturale

Seppur necessarie, però, queste considerazioni non sono sufficienti. E finirebbero per essere persino fuorvianti e consolatorie se ci portassero a chiudere gli occhi sulla parallela dimensione soggettiva di questa storia. E cioè sul fatto che, a prescindere dal contesto storico e politico, sin dalla nascita il profilo del PRC è stato drammaticamente fragile sul piano culturale e morale e perciò completamente privo di fondamenta e prospettiva.

Erano confluiti al suo interno anzitutto gli eredi più ideologizzati del PCI, un partito che aveva una storia gloriosa alle spalle perché aveva edificato la democrazia moderna in Italia con il sangue dei propri partigiani durante la guerra di liberazione e con la geniale sapienza politica di Togliatti a guerra  terminata. Un partito, però, che da diverso tempo non poteva che essere comunista soltanto di nome. E che in molte sue componenti aveva sposato l’idea migliorista secondo la quale il progresso sociale si riduceva unicamente alla modernizzazione del capitalismo autoctono, un capitalismo che andava salvato dalla sua stessa natura stracciona e parassitaria.

Il malinteso senso di responsabilità nazionale che faceva passare questa modernizzazione attraverso i sacrifici delle classi subalterne e la moderazione salariale – una falsa coscienza egemone presso i quadri del partito come in quelli del sindacato CGIL - si saldava facilmente poi alla filosofia della storia  implicita dei militanti medi di quell’area politica. Convinti, come nell’Ottocento o nella prima metà del Novecento, di essere sempre e comunque dalla parte della ragione e che una necessità immanente avrebbe prima o poi condotto a una società più giusta ed eguale. Quali che fossero, le scelte contingenti del partito-Chiesa erano perciò giuste per definizione. Cosa rappresentavano del resto i sacrifici di oggi, soprattutto in presenza di rapporti di forza momentaneamente sfavorevoli, di fronte a questo orizzonte luminoso pressoché certo per il domani?

Si può dire, in questo senso, che chi proveniva dalla storia del PCI avesse assorbito con il latte materno una mentalità orientata alla riduzione del danno. Una mentalità che conduceva sempre al perseguimento del presunto “male minore” nella paura che tutte le alternative fossero peggiori, rimandando il “bene maggiore” all’orizzonte vago e indefinito delle prediche ai militanti durante i comizi della domenica. Era un realismo che oltre una certa soglia diventava letteralmente surrealismo. E che sul piano della cultura politica sanciva la vittoria postuma di Benedetto Croce su Gramsci, ovvero la rivincita del materialismo storico inteso come mero realismo politico, tattica e opportunismo sull’idea del marxismo come visione del mondo organica e autonoma.

Agli ex PCI facevano poi da contraltare gli eredi “libertari” della Nuova Sinistra, non meglio attrezzati dei primi di fronte al nuovo scenario della globalizzazione incipiente. Erano i figli politici del ciclo 1968-77. E cioè di quella grande modernizzazione della società italiana che era avvenuta dopo gli anni del boom economico. Una modernizzazione che era passata per la contestazione delle rigide gerarchie familiari e sociali dell’Italia agricola e patriarcale e per il salto da una morale austera e inadatta al consumo a una morale liberale di massa adeguata all’epoca della produzione di massa. Una modernizzazione, soprattutto, che si era a lungo mascherata con le vesti di una rivoluzione ultraradicale, la quale contestava la natura “borghese” del comunismo filosovietico – il PCI in primis - in nome di un ideale egualitario che si ispirava a volte al maoismo ma che era del tutto immaginario. L’idea di rivoluzione coincideva infatti per quella sensibilità anzitutto con l’emancipazione integrale della soggettività individuale. E dunque con la sostituzione dell’idea moderna di una libertà da perseguire e praticare in maniera consapevole, collettiva e organizzata sul piano politico con l’idea postmoderna di una libertà che si esprime pressoché esclusivamente nella rivendicazione dei diritti civili e nella scelta arbitraria degli stili di vita e soprattutto di consumo. In una dimensione, cioè, prevalentemente privata.

Era una componente assai vicina a quella che un tempo Ernst Bloch aveva chiamato «corrente calda» del marxismo, con una spiccata inclinazione alla poesia e all’immaginazione fantastica di “nuovi soggetti” e nuove “moltitudini” (una componente assai attenta, non a caso, alla lezione di Toni Negri). E con una propensione tipicamente movimentista a inseguire tutto ciò che si muove e respira nella società civile, senza bisogno di analisi materialistica né programmi. Una componente assai presuntuosa sul piano culturale ma dotata in realtà di scarsi strumenti concettuali. A partire dal suo ottuso rifiuto marcusiano del marxismo, denunciato come ideologia dogmatica, economicista e ostile alle nuove istanze della società (femminismo, questione giovanile, ecologia…) e sostituito non con una nuova solida teoria ma con un sincretismo dilettantesco che veniva spacciato per raffinata “contaminazione pluralistica”, “ibridazione” o “nomadismo foucaultiano”.

Da queste premesse derivava un palinsesto idealistico nel quale il compito costitutivo della difesa del lavoro e delle parti più deboli della società veniva di volta in volta sostituito dalle bizzarrie più improbabili, in nome del desiderio e della libertà individuale assoluta. E che definiva il carattere di una sinistra sincretistica sul piano culturale e disimpegnata su quello politico, ma non per questo meno disponibile al compromesso opportunistico. Tanto che spesso, in ossequio alle compatibilità di governo, il Prc avrebbe grottescamente trasfigurato in chiave “rivoluzionaria” anche le più grevi manifestazioni della restaurazione neoliberale che dilagava in quegli anni (un esempio per tutti: lo smantellamento del Welfare e la parallela diffusione del Terzo Settore veniva interpretato in molti documenti di partito come una forma di estinzione dello Stato che accompagnava una crescente  autonomia della società civile…).

Due debolezze e Bertinotti

Non che queste due componenti del Prc non siano riuscite a fondersi, come spesso viene lamentato dai protagonisti di quella stagione: al contrario, più volte esse si sono mescolate e rimescolate per ragioni di potere, passando per innumerevoli voltafaccia, scissioni, faide o alleanze d’interessi. In tal modo andavano però sommandosi non due forze ma due debolezze parallele, accomunate da una programmatica impotenza rifondativa e da una totale mancanza di autonomia politica e culturale. Un duplice deficit, dunque, di cui è stato sintesi e incarnazione Fausto Bertinotti: figura idealtipica della fine ingloriosa del comunismo in Italia come Gorbaciov (il testimonial di Vuitton) lo è stato per la Russia, l’ipermovimentista e “libertario” Bertinotti era infatti stato iscritto direttamente segretario del Prc proprio dal sedicente “sovietico” e autoritario Armando Cossutta.

Travolto dalla propria stessa fragilità culturale ma non di meno da una narcisistica volontà di affermazione che sfondava i limiti dell’autolesionismo, a fronte di un disagio crescente negli strati più deboli della società a Bertinotti sembrava politicamente vincente frequentare le feste notturne della borghesia benestante nelle terrazze romane. Ma soprattutto, quel Bertinotti così avido di riconoscimento personale non ha esitato a immolare il proprio partito sull’altare di una grande illusione politica: l’illusione di una sinistra “radicale” generica e senza programmi, definitivamente post-ideologica ma soprattutto postmoderna. Anch’essa proposta volontaristicamente come una grande “modernizzazione” che, scalzando le socialdemocrazie, avrebbe tutto ad un tratto mutato il quadro politico nazionale e persino quello continentale (assai importante fu, non a caso, il ruolo di Bertinotti nella nascita del Partito della Sinistra Europea).

Con il suo confusionarismo, invece, proprio lui stava inoculando nella sinistra italiana lo spirito visceralmente antidemocratico che è alla base di quest’epoca bonapartista e che ha finito per spianare la strada a Renzi. Con Bertinotti iniziava infatti nel PRC la sperimentazione di alcuni elementi tipici della postdemocrazia che sarebbero poi stati adottati anche dalle altre forze politiche, dalla selezione dei gruppi dirigenti tramite il sistema all’americana delle primarie alla gestione maggioritaria del partito, la cui direzione non veniva più definita dalla composizione di diversi orientamenti ma dalla volontà diretta del capo e dalla cortigiana obbedienza dei suoi cloni (il “prevalente” che scalza ogni “sintesi”).

Dalla metà degli anni Novanta fino al 2008 anche il PRC è stato dunque attraversato da una feroce “lotta di classe” interna, in un conflitto senza quartiere dal quale – nonostante gli sforzi di alcune componenti - è uscito devastato. Funzionando però in tal modo come un piccolo laboratorio di quel pauroso slittamento a destra che nel frattempo investiva tutto il paese, per responsabilità delle forze di centrosinistra non meno che di Silvio Berlusconi. In quel periodo, oltretutto, per via della sua debolezza strutturale, quel partito diventava il taxi sul quale sarebbero saliti arrampicatori sociali e aspiranti deputati o assessori di ogni risma, in maniera non dissimile da quanto sarebbe accaduto anche all’Italia dei valori.

L’eredità di un errore


Dopo di lui naturalmente il nulla: identificatosi totalmente con il proprio leader carismatico, Rifondazione evapora dalla scena politica quando Bertinotti scende dallo scranno di presidente della Camera. E quanto oggi rimane di quel partito non sembra aver appreso nulla dalla propria esperienza catastrofica, come dimostra la sua reiterata incapacità di svolgere un bilancio equilibrato del XX secolo e di riconoscere la rottura storica intervenuta con la sconfitta di sistema 1989-1991. La quale viene negata (il socialismo reale non è stato altro che “totalitarismo” e la sua caduta non ci riguarda in nessun modo, perché siamo sempre stati estranei a quel mondo) oppure compensata tramite fantasie che spigolando dalla Grecia alla Spagna sino all’Italia vedono tutt’oggi approssimarsi un’imminente e generale svolta a sinistra dei popoli europei.
Bertinotti non ha mai afferrato il nesso tra conflitto geopolitico internazionale e conflitto di classe nazionale e dunque il nesso tra la fine dell’Urss, con il venir meno di ogni condizionamento esterno degli equilibri socio-politici delle società capitalistiche, e la vittoria del neoliberalismo in Occidente, con la conseguente crisi del Welfare. Ha sempre inteso perciò la globalizzazione come il possibile avvento ideale di “un altro mondo possibile”, senza vedere che essa non era affatto la costruzione universale dell’essenza generica umana ma, anche per le sue caratteristiche tutt’altro che assimilabili al libero scambio, solo il progetto dell’egemonismo statunitense per il XXI secolo. In maniera non dissimile, da un vasto campo radicaleggiante il processo di convergenza continentale che porta alla costruzione di uno spazio unico europeo, che di per sé è progressivo, continua oggi ad essere identificato acriticamente con le vigenti istituzioni politiche ed economiche della UE. All’interno delle quali sarebbe possibile costruire per via riformista, assieme a forze come Syriza e Podemos e prima o poi persino con un PSE esso stesso “riformato”, un’introvabile Altra Europa.

E’ un atteggiamento che riguarda anzitutto gli eredi del PCI - il PRC e il suo partito-gemello, il nostalgico ma non meno inguaiato PdCI – ma che è condiviso da tutta la sinistra. E che nel reiterare gli errori del passato si dimostra assai pericoloso perché apre oggi spazi enormi all’egemonia delle destre.

La nostra crisi

La crisi strutturale che è in corso da oltre un decennio ha infatti colpito nel vivo i ceti medi. I quali, impoveriti e atterriti, hanno revocato il mandato alla grande borghesia imprenditoriale e finanziaria ma anche a quella culturale, accademica e mediatica, e pensano di poter fare da sé. Individuando un capro espiatorio nei movimenti migratori e in una vaga idea di establishment e immaginando illusorie soluzioni autarchiche e protezionistiche. In Italia come in tutti i paesi europei, hanno allora buon gioco le forze più reazionarie all’interno delle classi dominanti. Le quali sono abili a camuffarsi dietro l’idea “populista” di un superamento delle categorie politiche di destra e sinistra e a proporsi come il Nuovo, cavalcando il malcontento e il rancore della piccola borghesia verso tutto ciò che puzza di cosmopolitismo. In queste circostanze, la subalternità dei comunisti alla visione del mondo di una sinistra che si dice liberale ma che è soprattutto una sinistra imperiale e neocoloniale – la criminalizzazione dello Stato-nazione, l’esportazione della democrazia e dei diritti umani tramite la guerra, il primato esclusivo delle libertà negative private sulla libertà positiva pubblica e sui diritti sostanziali… – è senza dubbio  la strada più sicura per essere spazzati via.

Va invece preso atto – ahinoi - che un’epoca è tramontata e che la democrazia moderna, quel regime storico che univa diritti politici e diritti economici e sociali, si è esaurita per una lunga fase. La sconfitta delle classi subalterne ha mandato in frantumi l’unità del mondo del lavoro, che era stata la condizione del riequilibrio delle società europee e della democrazia stessa. E ha aperto un ciclo nuovo, nel quale alla privatizzazione del Welfare si accompagna una ridefinizione integrale della strutturazione dei poteri e delle competenze di governo/amministrazione tra livello territoriale e livello sovranazionale. Inutile farsi illusioni, perciò: non solo non abbiamo ancora visto nulla di ciò che ci capiterà, ma va anche preso atto che nei drammatici rapporti di forza determinati dall’offensiva delle classi dominanti non esistono scorciatoie elettoralistiche o carismatici conigli dal cilindro che possano coprire o attutire una crisi che ha un carattere strutturale.

Unire ciò che è stato diviso, riunificare il mondo del lavoro sulla base di un progetto avanzato e autonomo, ricostruire un fronte di resistenza delle classi subalterne in una fase tutta difensiva: è questo oggi il compito della sinistra, per quanto frantumata in mille rivoli. Per farlo, sarà necessario seguire in condizioni e forme nuove il medesimo percorso iniziato alla metà del XIX secolo. Sarà cioè necessario un impegno sotterraneo, oscuro e misconosciuto dentro i gangli più profondi della società, un impegno culturale, politico e sindacale che richiederà decenni. Sapendo però che durante una ritirata strategica la tattica deve essere del tutto diversa da quella “egemonica” della fase di ascesa. Poiché non siamo noi a guidare i processi (che di noi sono anzi assai più forti), ogni compromesso che deroghi all’intransigenza – e cioè alla necessità di ridefinire integralmente il campo di ciò che è “sinistra” oggi, tracciando un solco netto rispetto alla mentalità del “male minore” – non è infatti sinonimo di abilità tattica o di responsabilità weberiana ma di subalternità. Quella subalternità nei confronti dell’egemonia neoliberale che viene immediatamente riconosciuta dagli sconfitti della globalizzazione e che dunque ci rende complici della restaurazione borghese e inermi di fronte al populismo di destra.

Anche questo sforzo tuttavia non servirà a nulla se non riusciremo, infine, a reinterpretare per l’ennesima volta l’idea di modernità. Ovvero, a rappresentare nuovamente una promessa di benessere integrale e di abbondanza per tutti e per tutte in una società organizzata in maniera più razionale. Quella promessa senza la quale non solo ciò che rimane di una storia conclusa ma nobile come è stata l’esperienza comunista italiana, ma le sinistre nel loro complesso – a differenza di quanto accade in altre regioni del mondo, dove il socialismo è per fortuna ancora il nome dell’avvenire che annuncia un mondo nuovo - saranno considerate per sempre dei relitti della storia.

Seguendo la corrente

michea
 
Da più di vent'anni, Jean-Claude Michéa porta avanti una critica assai tagliente del liberalismo, sia economico che politico. La sua critica prende di mira soprattutto le connivenze che la sinistra ha da tempo, nel nome del «progresso», con questo liberalismo, nel mentre che disprezza e trascura allo stesso tempo gli strati popolari percepiti come «reazionari». Tuttavia, è nella «comune decenza» (George Orwell) della «gente comune» che risiede, secondo Michéa, la possibilità di una resistenza ad un mercato sfrenato che sta divorando tutto quello che dà un senso ed una stabilità alla vita, mentre invece la sinistra ha fatto pace col mercato.
Michéa, che non occupa alcuna posizione di potere nelle istituzioni accademiche o nei media, e che non si appoggia a nessuna organizzazione o movimento strutturato, proviene dai margini del campo del dibattito in Francia. Tuttavia è riuscito a suscitare delle discussioni spesso appassionate, e molto polarizzate, intorno alle sue idee. Un'eco dovuta solo alle qualità intrinseche delle sue tesi: proposte con una scrittura chiara e semplice, ma ricca di dettagli e di sviluppi spesso illuminanti, colgono degli aspetti del presente che sembrano essere sfuggiti a quasi tutti gli altri partecipanti al dibattito. Purtroppo, il suo crescente successo è anche dovuto al fatto di ritrovarsi fra i numi tutelari del nuovo «populismo trasversale», cosa cui si presta sempre più volentieri.
Michéa non fa a pezzi solo il liberalismo, ma anche il capitalismo tout court, e fa spesso riferimento a Karl Marx. Tuttavia, utilizza principalmente, e senza nemmeno accorgersene, la parte più desueta del marxismo tradizionale: quella che identifica il capitalismo con il dominio esercitato da un piccolo strato della popolazione - i proprietari dei mezzi di produzione - su una maggioranza di lavoratori che appartengono solo esteriormente, ed in quanto costretti, a questo sistema. Forse è stato così all'epoca del «socialismo originale» della prima metà del 19° secolo, cui volentieri Michéa si richiama. Oggi, però, «il capitalismo» non è più identico ai «capitalisti» o ai «dominanti» (ossia all'«1%»). È un rapporto sociale, come lo aveva previsto Marx. Un rapporto al quale partecipa tutto il mondo, anche se questo avviene con ruoli e retribuzioni differenti. Ognuno deve necessariamente condurre la sua vita nel quadro del denaro e del lavoro, della merce e del valore economico. Le differenze fra gli individui sono essenzialmente differenze quantitative. Non sorprende affatto allora che anche i loro concetti di felicità si rassomiglino e si confondano e che tutti si precipitino a comprare l'ultimo modello di smartphone.
«Quelli in basso» e «quelli in alto»Infatti, ci si chiede dov'è che Michéa vede ancora esistere questo «popolo», con i suoi propri valori morali. Lo sviluppo capitalista lo ha rimpiazzato con dei soggetti della merce che hanno redditi più bassi e meno potere di decisione sui dettagli della loro vita. Non sarà evocando l'immagine stereotipata del «popolo» che si uscirà dal capitalismo. Per venirne fuori, si dovrà mettere in discussione l'esistenza del denaro e del lavoro, della merce e dello Stato come hanno fatto Marx, Guy Debord, Jaime Semprun - autori che Michéa cita spesso, ma non sempre a proposito. Pure oggi, una tale critica radicale del capitalismo passa per essere «utopica» e «irrealistica», perfino per «totalitaria». Michéa non prende tale direzione che lo spingerebbe ai margini del dibattito politico. Preferisce evocare l'opposizione fra «quelli che stanno in basso» e «quelli che stanno in alto» ed avvicinarsi al populismo montante.
Il termine populismo è certamente vago. Tuttavia, corrisponde, proprio per il suo esser vago, ad un'importante realtà del nostro tempo - soprattutto nella sua nuova forma di «populismo trasversale». Talora, Michéa viene accusato di «destrizzare» il suo pensiero e di scrivere sugli organi della destra. Sarebbe tuttavia riduttivo vedere in lui uno di sinistra che sarebbe passato gradualmente alla destra. In primo luogo, perché non è affatto diventato, finora, apertamente «di destra», e poi perché una simile accusa presuppone ancora la rassicurante dicotomia sinistra/destra. Ora, questa dicotomia non domina più la scena politica - una mutazione che tuttavia non corrisponde al modo in cui ne parla Michéa (e tanti altri fautori del «superamento» di questa separazione, quasi sempre appartenenti tutti alla destra, fra i quali da tempo ritroviamo i Le Pen padre e figlia). Negli ultimi decenni, il capitalismo è andato a sbattere contro i suoi limiti, sia esterni (esaurimento delle risorse naturali) che interni (mancanza di lavoro a causa delle tecnologie, nel mentre che il lavoro rimane la base dell'organizzazione sociale). Questa crisi, che confonde anche le forme attuali di soggettività, ha suscitato due visioni della società, che in apparenza sono opposte ma che in realtà si nutrono l'una dell'altra e rimangono entrambe nel quadro della società capitalista: la gestione tecnocratica ed il populismo.
OPA nei confronti dei pensatori di «sinistra»Il populismo - che era già apparso nel periodo fra le due guerre mondiali - si è sviluppato soprattutto dopo il trionfo del neoliberismo. Da tempo ne esiste una versione di sinistra ed una versione di destra, la cui base comune è rimasta piuttosto nascosta. Da più dieci anni, queste due versioni hanno cominciato a fondersi. I loro bersagli sono gli stessi: la speculazione finanziaria e la corruzione dei politici, cui vengono attribuiti tutti i malfunzionamenti; la globalizzazione dell'economia e il peso dei burocrati di Bruxelles e delle istituzioni internazionali, contro cui si evoca il ritorno alle sovranità nazionali ed un ruolo forte dello Stato. Si punta il dito contro le «élite cosmopolite», una casta mondiale ossessionata dalle cifre della redditività ed insensibile ai disastri che essa stessa produce, mille miglia lontana dalle preoccupazioni quotidiane della grande maggioranza della popolazione.
In questo modo, il populismo può denunciare i mali del capitalismo senza mai dover produrre un'analisi delle loro cause strutturali, sostituendola con la denuncia di complotti organizzati da delle minoranze rapaci (denuncia che spesso recupera i vecchi cliché antisemiti). E se la maggior parte degli attuali populismi vengono ancora classifica sia come di «sinistra» (Podemos in Spagna), sia come di «destra» (il Front national in Francia,  Alternative für Deutschland in Germania, Donald Trump negli Stati Uniti), vi sono anche quelli che sono decisamente «trasversali» come il movimento 5 stelle in Italia. La gestione miope e gli accordi fra amici praticati da delle «élite» autistiche forniscono effettivamente ogni giorno dei nuovi argomenti ai populisti. Viceversa, queste «élite» - dai partiti europei tradizionali alle istituzioni internazionali, da Hilary Clinton ad Angela Merkel - possono facilmente presentarsi come il male minore, come la voce della ragione di fronte all'oscura minaccia di un populismo imprevedibile. È diventato quasi impossibile - ma purtroppo necessario - rifiutare entrambe le posizioni insieme, non accettarne nessuna delle due con il pretesto di «evitare il peggio» Perciò, se ha ancora un senso essere un intellettuale critico, ciò consiste nel rifiuto dei queste due false alternative.
La riflessione non è il forte dei populisti, in quanto fa troppo «intellettuale». Ragion per cui devono allora lanciare delle OPA nei confronti dei pensatori di «sinistra» al fine di rafforzare i loro discorsi. Alcuni di questi pensatori accettano nel nome di «né sinistra né destra» e in nome della «resistenza alle élite». Ciò non va a loro merito. Pretendono di stravolgere la routine; in realtà, nuotano seguendo la corrente.
 
- Anselm Jappe - Pubblicato su Le Monde dell'11 gennaio 2017 -
fonte: Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

lunedì 16 gennaio 2017

Disuguaglianze in aumento, otto super Paperoni hanno stessa ricchezza di metà dell'umanità


Disuguaglianze in aumento, otto super Paperoni hanno stessa ricchezza di metà dell'umanità
ll rapporto Oxfam: colpa di miliardari e multinazionali. In Italia in sette hanno i beni del 30% della popolazione

 
 
A furia di deregulation e libero mercato, viviamo in un mondo dove più che l’uomo conta il profitto, dove gli otto super miliardari censiti da Forbes, detengono la stessa ricchezza che è riuscita a mettere insieme la metà della popolazione più povera del globo: 3,6 miliardi di persone. E non stupisce visto che l’1% ha accumulato nel 2016 quanto si ritrova in tasca il restante 99%. È la dura critica al neoliberismo che arriva da Oxfam, una delle più antiche società di beneficenza con sede a Londra, ma anche una sfida lanciata ai Grandi della Terra, che domani si incontreranno a Davos per il World Economic Forum.

I dati del Rapporto 2016, dal titolo significativo, “Un’economia per il 99%” (la percentuale di popolazione che si spartisce le briciole), raccontano che sono le multinazionali e i super ricchi ad alimentare le diseguaglianze, attraverso elusione e evasione fiscale, massimizzazione dei profitti e compressione dei salari. Ma non è tutto. Grandi corporation e miliardari usano il potere politico per farsi scrivere leggi su misura, attraverso quello che Oxfam chiama capitalismo clientelare.

E l’Italia non fa eccezione. I primi 7 miliardari italiani possiedono quanto il 30% dei più poveri. «La novità di quest’anno è che la diseguaglianza non accenna a diminuire, anzi continua a crescere, sia in termini di ricchezza che di reddito», spiega Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne di Oxfam Italia. Nella Penisola il 20% più ricco ha in tasca il 69,05% della ricchezza, un altro 20% ne controlla il 17,6%, lasciando al 60% più povero il 13,3%. O più semplicemente la ricchezza dell’1% più ricco è 70 volte la ricchezza del 30% più povero.
 

Ma Oxfam non punta il dito solo sulla differenza tra i patrimoni di alcuni e i risparmi, piccoli o grandi, dei tanti. Le differenze si sentono anche sul reddito, che ormai sale solo per gli strati più alti della popolazione. Perché mentre un tempo l’aumento della produttività si traduceva in un aumento salariale, oggi, e da tempo, non è più così. Il legame tra crescita e benessere è svanito. La ricchezza si ferma solo ai piani alti.

Accade ovunque, Italia compresa. Gli ultimi dati Eurostat confermano che i livelli delle retribuzioni non solo non ricompensano in modo adeguato gli sforzi dei lavoratori, ma sono sempre più insufficienti a garantire il minimo indispensabile alle famiglie. E per l’Italia va anche peggio, essendo sotto di due punti alla media Ue. Quasi la metà dell’incremento degli ultimi anni, il 45%, è arrivato solo al 20% più ricco degli italiani. E solo il 10% più facoltoso dei concittadini è riuscito a far salire le proprie retribuzioni in modo decisivo.

Non ci si deve stupire dunque se ben il 76% degli intervistati - secondo il sondaggio fatto da Oxfam per l’Italia - è convinto che la principale diseguaglianza si manifesti nel livello del reddito. E l’80%, una maggioranza bulgara, considera prioritarie e urgenti misure per contrastarla. Ai governi Oxfam chiede di fermare sia la corsa al ribasso sui diritti dei lavoratori, sia le politiche fiscali volte ad attirare le multinazionali. Oppure nel giro di 25 anni assisteremo alla nascita del primo trilionario, una parola oggi assente dai dizionari.

martedì 10 gennaio 2017

'Abbiamo fatto tremare il sistema come mai prima'....


di Claudio Messora.
 
Dopo la colossale figura di palta, anziché una letterina di scuse per avere esposto tutto il Movimento 5 Stelle al pubblico ludibrio, a un fallimento politico colossale e avere rovinato irrimediabilmente i rapporti nel Gruppo Politico dove M5S Europa risiede, l'Efdd, arriva questo testo sul blog di Beppe Grillo:
"L'establishment ha deciso di fermare l'ingresso del MoVimento 5 Stelle nel terzo gruppo più grande del Parlamento Europeo. Questa posizione ci avrebbe consentito di rendere molto più efficace la realizzazione del nostro programma. Tutte le forze possibili si sono mosse contro di noi. Abbiamo fatto tremare il sistema come mai prima. Grazie a tutti coloro che ci hanno supportato e sono stati al nostro fianco. La delegazione del MoVimento 5 Stelle in Parlamento Europeo continuerà la sua attività per creare un gruppo politico autonomo per la prossima legislatura europea: il DDM (Direct Democracy Movement)".
Per una volta lasciatelo gridare a me: Gombloddoh! (e per scriverne io, ce ne vuole. eh?). I poteri forti non vi hanno permesso di vendervi ai poteri forti! Ma ve l'ha scritto Crozza?

L'establishment ha deciso? Si chiama politica. Quella che evidentemente qualcuno lì dentro ha cercato di fare e che ha fallito miseramente. Ma davvero pensavate di poter fare una trattativa con gli squali più accaniti dell'euro-fanatico ultraliberismo che sono espressione di quel mondo che ha stritolato la Grecia e che ha posseduto ogni Governo italiano, come L'esorcista, dal 2011 in poi? Siete ragazzi partiti dai banchetti, siete lì per difendere e rappresentare quelli che ai banchetti ci sono ancora, non per stringere la mano a Mario Monti sperando che gente che possiede più think-tank di quanti capelli abbia in testa non ve la sbrani.

Questa posizione vi avrebbe consentito di rendere molto più efficace la realizzazione del vostro programma? Ma credete che continuare a recitare una farsa insostenibile fino alla fine servirà a limitare i danni? Il vostro programma contiene 7 punti, dovreste saperli a memoria! Tra questi sette punti, per dirne due, c'è l'abolizione del fiscal compact e c'è il referendum sull'euro. Davvero pensavate che entrare nell'Alde vi avrebbe consentito, seduti nel banchetto insieme a Mario Monti, di abolire "meglio" il Fiscal Compact? Davvero pensavate che fare comunella con quelli che "l'euro è irreversibile" vi avrebbe consentito di perseguire "meglio" la storiella del referendum sull'euro? Ma c'è un limite all'idea che gli attivisti M5S siano completamente deficienti?

Avete fatto tremare il sistema come mai prima? Avete fatto ridere il sistema come mai prima! Avete fatto la figura dei cioccolatai, dei dilettanti allo sbaraglio. Siete andati da Monti in ginocchio sui ceci e vi siete fatti rispondere un "Vaffa"! E avete cercato di venderla come se 17 vergini stessero per trasferirsi al Castello di Dracula, perché così almeno avrebbero tutelato meglio il loro sangue. Avete fatto scrivere al povero Grillo, che vi è stato a sentire, un papello per convincere sprovveduti attivisti che "entrare nell'Alde" era la cosa migliore, perché "l'EFDD sarebbe morto", quando l'EFDD, il gruppo politico dove state e che è frutto del grande lavoro del 2014, è lì tranquillo tranquillo fino al 2019 e nessuno lo tocca, quindi avevate tutto il tempo.
E adesso invece sì, che l'EFDD è morto.
E voglio proprio vedere con che faccia ci ritornate, da Nigel Farage, dopo avere spernacchiato l'uomo che, al contrario di voi, ha vinto la sua battaglia politica e ha portato tutto il Regno Unito fuori dalla UE, nonostante minacce di morte e attentati cui è scampato per miracolo. Con che faccia lo saluterete, lassù, tra i corridoi del piano del gruppo, dopo che Grillo gli ha dato il ben servito questa mattina sul blog? Gli direte "Hi Nigel. of course, you know. it was a joke"?
E se non starete più nell'EFDD perché ormai sareste ridicoli a sedere negli stessi banchi, cosa farete? Andrete nei "non attached", il gruppo dei non iscritti? Allora sì che non avrete più niente, soldi.. uffici.. tempi di parola.. diritto di esprimere relatori nelle commissioni. Bravi! Complimenti! Grande successo politico.

Dovevate chiedere scusa. E per una volta, chi si è reso responsabile di questa tragicommedia che ha tutto il sapore di aspirazioni personali fatte passare per un interesse collettivo, si dimetta!
 

lunedì 9 gennaio 2017

M5s e Parlamento Europeo: ma che sta succedendo? di Aldo Giannuli



Grande è il disordine sotto il cielo dei 5 stelle, ma la situazione è tutt’altro che eccellente. Dopo un negoziato tenuto rigorosamente nascosto, è stato annunciato che i deputati del M5s sarebbero passati dal gruppo antieuropeista -con l’Ukip e Afd- al gruppo ultraeuropeista dei liberali.
In quattro e quattr’otto è stata organizzata una consultazione on line (con la partecipazione non oceanica di poco meno di un terzo degli iscritti) che ha approvato con il 78% la decisione. Ma la cosa non è servita a molto, perché, neppure sei ore dopo, erano i liberali a rifiutare di ratificare l’accordo siglato il 6 gennaio dal capogruppo M5s Borrelli e dal capogruppo liberale Guy Verhofstadt e tutto è andato per aria.
Leggendo il testo del “contratto prematrimoniale” (reso pubblico da un redattore di radio radicale e consultabile sill’Hp) si capisce una cosa: che i 5 stelle, il 17 gennaio pv, avrebbero votato per Verhofstadt quale prossimo Presidente del Parlamento europeo ed in cambio sarebbero stati ammessi nel gruppo liberale, ottenendone la vice presidenza e, qualora fosse stato possibile, anche una vice presidenza dell’Assemblea di Strasburgo, oltre alla divisione dei fondi e del personale. Una volta queste cose si chiamavano “mercato delle vacche” in perfetto stile Dc.

L’operazione è saltata, ma per la decisione dei liberali, mentre i 5 stelle hanno ricavato un disastro di immagine. La cosa può sorprendere ma ha una sua logica e va inquadrata in un contesto di dichiarazioni, gesti, decisioni che dura da almeno sette mesi.
A maggio Luigi Di Maio fece un viaggio in giro per l’Europa, con l’evidente intento di tranquillizzare gli ambienti politici d’oltralpe su un’eventuale ascesa al governo del M5s e non mancarono ammiccamenti in tema d’Euro (del tipo “non mi sento più tanto antieuropeista”). La campagna per le amministrative, l’estate, i problemi della giunta Raggi, la campagna referendaria hanno gettato la sordina sul tema Euro.
Nei primi di dicembre Di Battista lanciava, un po’ estemporaneamente, la proposta di un referendum sui nostri rapporti con la Ue, ma la cosa era lasciata cadere e nessuno prendeva le difese di “Dibba” di fronte alla gragnuola di insulti dei mass media e dei partiti che lo accusavano di non conoscere la Costituzione che vieta i referendum in materia di trattati (ma “Dibba” aveva detto altro e su questo abbiamo scritto).
Poi c’è stata una raffica di decisioni di Beppe Grillo apparentemente slegate fra loro: il salvataggio in extremis della Raggi dopo i casi Muraro e Marra, la dichiarazione sul rimpatrio immediato degli immigrati irregolari (come se sapessimo quale è il loro paese d’origine!), la svolta in materia di avvisi di garanzia, il discorso di fine anno.  Intendiamoci, tutti atti perfettamente leciti (anche se qualcuno discutibile, come quello sugli immigrati irregolari al solito accomunati ai terroristi) e qualcuno perfettamente condivisibile (come quello sull’avviso di garanzia), ma il senso politico complessivo è quello di dimostrare che il M5s è una forza responsabile, persino moderata, quando occorre, che può andare tranquillamente al governo senza provocare sconquassi.
Nel M5s c’è un processo di lenta trasformazione in forza di governo, che rimuove i suoi tratti di forza “antisistema”. E il tentato passaggio all’Alde, è stato lo sbocco naturale. Accreditarsi come forza moderata (adesso capiamo il senso del “né di destra né di sinistra”: perché forza “di centro”) e rimuovere l’immagine antieuropeista.
Per la verità, il regista dell’operazione, il capogruppo Borrelli (che si è guardato bene dal darne notizia ai suoi parlamentari, esattamente come ha fatto il suo interlocutore Verhofstadt) non ha mai nascosto il suo “europeismo” e il suo giudizio ostile ad ogni abbandono dell’Euro, sino ad incassare l’apprezzamento di Mario Monti. Dunque si pone il problema di definire, una volta per tutte, quale sia la posizione del M5s sull’Euro, se c’è una revisione della posizione che era di Roberto Casaleggio (ed anche di Beppe Grillo per quel che ricordo), lo si dica apertamente, magari dopo una adeguata discussione seguita dal voto degli iscritti.
C’è poi un altro punto da chiarire: il nodo di eventuali accordi con altre forze politiche. Non sono mai stato favorevole al “noi non ci alleiamo con nessuno” ed ho sempre detto che in politica gli accordi sono necessari, però che lo si dica e si fissino i criteri con cui li si può concludere .
Questa sciagurata vicenda fissa un precedente: dopo che stavi per fare addirittura un gruppo comune con una forza politica basato solo su una spartizione (con l’Ukip, almeno, c’era il comune terreno dell’opposizione alla Ue) come potrai declinare una proposta di accordo di altra forza politica in Italia, opponendo il solito “noi non facciamo accordi con nessuno”?
Quanto poi alla questione dei soldi, qualcuno dovrebbe spiegarmi perché in Italia il M5s rifiuta il finanziamento pubblico, mentre poi lo cerca affannosamente in Europa, al punto di includerlo fra le motivazioni di un accordo così singolare.
Il tutto poi con questo clima clandestino da loggia carbonara: altro che diretta streaming e trasparenza, qui si è firmato un accordo senza che ne sapessero nulla neanche i deputati del M5s e quelli liberali che avrebbero dovuto fare gruppo insieme: vi sembra normale?
C’è poi la questione di questa fregola governativa che ha preso il M5s. Personalmente non capisco perché ci sia tanta fretta di cingere la corona governativa in un biennio (tanto durerà la prossima legislatura) durante il quale non si tratterà di una corona di alloro, quanto di una corona di spine: pensateci cari amici del M5s.
Infine: il disastro di immagine di questa storia è troppo evidente perché se ne debba dire, però voglio lasciarvi con un consiglio: Borrelli è un ottimo imprenditore, indiscutibilmente bravo; dopo questo brillante esito della sua strategia credo che non si possa provare ulteriormente l’azienda del suo talentuoso capo. Non vi sembra il caso di restituirlo subito al lavoro che sa fare meglio?